Poesia, poesia! Chi vuole poesia…?


Cos’è la poesia? Futile passatempo, tempo sprecato, sottratto alla vita, alle cose essenziali, suppongono molti, sulla scorta anche dell’amara autoiroinia di Flaubert del Dizionario dei luoghi comuni, deplorando quei poeti che si esaltano di tutto e che aspirano all’incenso, appagati dall’“euforia” di una condizione di risibile privilegio, dimentichi di essere alla mercé del “vento della transitorietà”.


Bisogna, a mio parere, partire da questa considerazione nell’atto di presumere di poter parlare di “poesia”, oggi soprattutto: ricavandola da Flaubert e da Montale e da qui muovendosi più alla radice, da Leopardi (e “per li rami”, da Dante).


Eugenio Montale, nel testo conclusivo di Diario del ’71 e del ‘72, intitolato Per finire, una sua risposta al Grande Tema la dà, raccomandando da par suo ai posteri di fare “un bel falò di tutto che riguardi / la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti”, aggiungendo: “Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere”.


Di contro a un Leopardi, “favoloso” archetipo della modernità, che, per Montale, ha da lasciare ai posteri un’eredità enorme di fatti e nonfatti, noi, immeritevoli eredi, è già tanto se sopravviviamo negli interrogativi più che nelle risposte: lasciamo ceneri neppure significative, con ambizioni e progetti mai realizzati, senza possibilità di confronto.


Un invito, dunque, a prendere coscienza della propria “posterità” rispetto ai grandi modelli, giganti della fantasia e del cuore, dai quali scrittura e poesia derivano, “in percentuale”, la funzione, espressa dal poeta degli Ossi di seppia col suo classico understatement, di testimoniare, di creare cioè una sorta di historia sui, in cui il soggetto, l’io, convoglia “fatti” (e soprattutto “nonfatti”), non solo senza assegnare ad essi più importanza di quello che meritano ma anche e soprattutto senza gerarchie di generi.

Dando vita, insomma, a quella che Leopardi definisce una “poesia senza nome”, un’esperienza cioè della scrittura, che si diversifica e adegua alle esigenze profonde di un io teso ad esorcizzare i propri fantasmi attraverso un’inesausta sollecitazione della parola nei registri di generi diversi nella forma ma omogenei e coerenti nella sostanza.


Tutto questo, perché?


Leopardi diceva di scrivere per “sviscerare”, per “speculare”, mettendo dolorosamente allo scoperto la piena urgente del sentimento. Dante, a sua volta, per “notare”, per dare cioè voce e forma a ciò che preme e “ditta dentro”, lieto o doloroso che sia.

Azioni, tutte, - “notare”, “sviscerare”, “speculare” -, che attengono a qualcosa di fisico e al tempo stesso di profondo, a un teatro anatomico esposto a un gioco di crudele riflessione e destrutturazione: gesti, insomma, attraverso i quali “lasciare un segno”, incidendo un “solco” (è metafora leopardiana) sulla carta con un gesto fisico e forte, in una scrittura nuda e dolorante nella propria autenticità. Per sconfiggere ed esorcizzare il silenzio.


Vincenzo Guarracino


Photo by Fakurian Arts on Unsplash

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