Leggere Dante vuol dire intraprendere un lungo cammino.

Aggiornato il: lug 11


Leggere Dante vuol dire intraprendere un lungo cammino. Il poeta-narratore e il suo metro, l’agile terzina, questo nastro trasportatore che scorre senza pause, sono in moto perfino dove si fermano per riflettere, guardarsi indietro e dialogare. Leggiamo, sostiamo un attimo e già siamo trascinati avanti. E’ perlopiù Virgilio, l’antico fratello spirituale che mette fretta, e quando alla fine lui resterà ai piedi del Purgatorio, altri arrivano che assumono la sua funzione guida e portano Dante oltre. Vorremmo avere delle cartine geografiche per farci una visione d’insieme. Così è successo non solo a me ma a quanto pare anche ai più antichi illustratori. Dopo le prime illuminazioni puramente sceniche si sente il bisogno di un prospetto complessivo. Delle mappe con figure universali che raffigurassero al dettaglio i nove gironi infernali, i sette cerchi del Purgatorio, le sette sfere dei pianeti comprese le stelle fisse, il cielo di cristallo e la plaga di luce su cui troneggia Maria, riempirebbero un intero e autonomo libro d’illustrazioni. Tali ricostruzioni topografiche s’incontrano a partire dal famoso cono-imbuto infernale di Botticelli (1480 ca.) fino ai giorni nostri. Tipica del bisogno di orientarsi nel vasto poema didascalico è un’edizione con la quale io sono cresciuto, quella di un certo Philalete. Il re sassone Johann, uno dei tanti traduttori o editori tedeschi, ha aggiunto all’edizione della Divina commedia del 1840 oltre a una pianta di Firenze una vasta appendice di schemi pieghevoli che si possono aprire accanto al testo durante la lettura. Un orientamento è indispensabile in questo viaggio nell’ignoto. Il punto che mi ha di più affascinato si trova quasi alla fine, nell’ultimo dei 99 canti. Con le sue cangianti prospettive spaziali, i salti fra picchi montani e abissi, fra grotte e plaghe d’acqua ghiacciata, questo resoconto di viaggio nega più di ogni altro visioni d’insieme. Un geografo farebbe fatica a trovare per via cartografica la strada per il centro della terra e verso il cielo stellato che a quei tempi non corrispondeva ancora alle nostre ora note visioni delle tante galassie coi loro buchi neri. Diramazioni, giri, deviazioni, discese con la corda, navigazioni e addirittura voli ( su ali d’aquila, non ancora con le ipotesi di volo di Leonardo da Vinci). Ma superati tutti gli ostacoli ecco che arriva la difficoltà di irrompere nel cielo senza alcun aiuto. Qui Dante fa uno scarto sospendendo il problema della forza di gravità. Nella logica della fede viene semplicemente sollevato. Dopoché ha percorso le ultime sfere – oggi si direbbe stratosfera, ionosfera, ecco un nuovo cambio di prospettiva. Spazio e tempo, la visione cristiana e la greco-mitica e la storica, che in lui, molto prima che in Hegel, è sempre presente, ci riporta alla contrapposizione di terra e cosmo. Dante è questo. Solo lui, poeta dei primordi, navigatore secoli prima delle grandi spedizioni per il globo, e ci è di nuovo chiaro: Dante è stato uno dei più possenti poeti visuali di tutti i tempi.

Siamo all’ultimo canto. Fra poco termina il viaggio fra i tre regni con un ultimo sguardo concesso unicamente a lui, unico cittadino della terra. Prima che il narratore, abbagliato dalla luce, si plachi in una muta contemplazione getta un estremo sguardo indietro, alle profondità dell’oceano. Del quale noi oggi sappiamo che il suo punto più profondo, la Fossa delle Marianne, misura circa 2500 chilometri. E’ il regno di Posidone. Ma Dante era un latino, e perciò parla di Nettuno. Un’ultima torsione, una delle tante del poema, che aveva in sé inscritta sin dall’inizio la dinamica dell’ avanti avanti. Allo sguardo sulla terra corrisponde lo sguardo dalle profondità marine verso l’alto. Nettuno può solo stupirsi vedendo l’ombra dell’Argo, la nave degli Argonauti in viaggio alla conquista del “vello d’oro”, una delle più antiche spedizioni dell’umanità in cerca di globalizzazione. Due millenni e mezzo si contraggono in un istante. Di nuovo si spostano le relazioni: non solo il regno di Giove, anche quello del dio del mare che regna su tutte le acque, che anche a Dante e ai contemporanei, i popoli del Mediterraneo, facevano giustamente paura, è detronizzato. Cerchiamo d’immaginarci un dio che un bel giorno viene spodestato dalle “imprese” umane. A me come sub l’immagine è famigliare: inquietante quando una grossa nave taglia la superficie gettando la propria ombra fin nell’abisso. Il passo è ambiguo, occorre tuttora una spiegazione. La mia interpretazione: se Dante, il testimone cristiano, per un momento oscilla e cade in preda al sonno, potrebbe facilmente scivolare nella posizione dell’antico dio del mare spaventato da un’apparizione dal futuro (vedi le nostre missioni sulla Luna o su Marte). Si potrebbe scorgervi un’immagine dello spavento che il progresso infonde. Basta una disattenzione e il mondo è già un altro, modificato dalle continue manovre dell’umanità: è iniziata una nuova epoca.

Durs Grünbein

Traduzione di Anna Maria Carpi


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