Appartengo a una generazione grigia e ritardataria


Appartengo a una generazione grigia e ritardataria, quella nata a cavallo dei Sessanta, troppo giovane per qualsiasi velleità di rivoluzione ma non abbastanza per non coglierne le derive: avevo nove anni quando ammazzarono Pasolini e le copertine dell'epoca e quello che intuii me lo ricordo bene, come ricordo le locandine di "Salò" appese al cinema dove mi portarono, immagino, per un cartone animato. Per me, in quella generazione che ha visto negli anni formativi presidenti e papi sparati e in quelli del cosiddetto approdo al mondo del lavoro magistrati integerrimi fatti saltare per aria, ma anche tanto disimpegno e disincanto, la poesia ha significato molto, quasi tutto. La scoperta dell'altro e la possibilità di dirla, la consapevolezza del limite, l'occasione di misurarsi con la parola, nel senso duplice del cimento e del perimetro. Ho avuto compagni di viaggio cui ho prestato, come a tutto nella vita, una attenzione intermittente, ma a cui ancor mi lega una fedeltà scioccamente devota perché le manca il dono della riconoscenza ma ha lo sguardo adorante del cucciolo; maestri attraversati e metabolizzati, il che non significa affatto percepiti né capiti nel rispettivo ruolo storico. Cito un po' alla rinfusa Lucrezio e Virgilio (prima nella versione scolastica di Vivaldi e poi in quella di Canali letta da Sermonti), il Caproni del "Congedo" (letto poi con la voce di Herlitzka), lo Celan scoperto a 16 anni con la stessa ammirazione con cui due anni prima avevo scoperto Kafka e due anni dopo avrei scoperto Burroughs e Bernhard, e Benn poco dopo, il Leopardi di Bene, l'Ungaretti televisivo, il D'Annunzio maestro di stile nelle lezioni di Federico Roncoroni (che per primo lesse i miei acerbi testi e avrebbe poi consigliato a un temerario compagno di portarli come argomento di tesina alla maturità, cosa che fece mentre gli altri compulsavano l'ottimo Mengaldo cercando metalli più nobili). L'elenco di frequentazioni comunque carsiche e mai sistematiche non può dimenticare l'Hart Crane del "Ponte" , il Ritsos de "Il funambolo e la luna" e tornando agli italiani Zanzotto, Luzi, l'ultimo Sereni e prima ancora certo crepuscolarismo piemontese, Rebora (plagiato da Montale, ha ragione la Valduga) e Campana. E per passare ai più vicini a noi cito il magistero di Porta (quello di "Invasioni" soprattutto che mi ha ispirato il titolo della giornata evento al Sociale di Como da me ideata e curata, one shot, correva l'anno 2010, che fu anche in suo onore e mi ha definitivamente fatto dire basta con il concetto di performance e con gli aborriti poetry slam che stanno alla poesia come un paio di nacchere ai Berliner Philarmoniker) e non dimentico Sanguineti che ho sempre trovato giocoso e divertente. E poi ben ricordo l'effetto del mai eguagliato primo De Angelis, dell'Orelli di "Spiracoli" e del Magrelli di "Ora serrata retinae" e del successivo "Nature e venature". Eclettismo? Direi piuttosto letture e percorsi nutrienti, per quel che mi riguarda. Il primo spunto a leggere, per dire, me lo ha dato una puttana. Questo almeno il lavoro che faceva secondo certi parenti l'inquilina dell'appartamento da cui fu sfrattata per morosità lasciandovi tra altro nella frettolosa fuga una copia di un libro autobiografico di Steinbeck che conservo gelosamente tuttora. E ora? Approdato senza ombra di progettualità né velleitarie serenità ad altri lidi, dal teatro al romanzo all'aforisma, mantengo con la poesia, che rimane la forma di scrittura suprema e inarrivabile pari solo alla filosofia, un rapporto forse più maturo e solo all'apparenza distaccato. Siamo un tempo stati amanti, prima occasionali e poi fugacemente clandestini, e ora viviamo come coniugi placati, fratello sole e sorella luna, condividiamo lo stesso letto senza affanni con altre entità coltivando le giuste reciproche distanze e apparizioni. Sforno pochi testi, non più di sei o sette l'anno, pubblico a distanza di dieci anni tra un libro e l'altro, e preferisco collaborare con artisti per minime tirature. Nella sbornia digitale e senza rimedi che ci consuma, in questo progresso scorsoio direbbe Zanzotto, per me è l'unica cosa da fare mentre il tempo passa inesorabile e siamo un po' tutti personaggi di un romanzo di Houellebecq. Attorno noto poche voci nuove autentiche (ma quando ci sono meritano eccome, penso a Massimiliano Bossini e a Andrea Leone in anni recenti) in mezzo a tanti giovani che sono soliti sbocciare e sparire nel sottobosco dell'editoria a pagamento, paghi, loro, di una acerba ingenuità dal fiato corto e spesso insalubre che a un vecchio orso mezzo cieco come il sottoscritto non suscita neanche più noia ma solo indifferente e per fortuna breve sarcasmo. Non sanno i più che la poesia come diceva Giudici è una dama non cercata, oscura e domestica al tempo stesso a dar retta a Sermonti, ma non per questo priva di tetto, anche se per una sola notte, e di leggi, anche se le conosce quasi solo lei. E non sanno o fanno finta di non sapere che lo stile è per parafrasare Contini il modo in cui uno scrittore guarda il mondo e prova a raccontarlo.

Lorenzo Morandotti


Photo by Daniele Levis Pelusi on Unsplash

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