Riflettere me, riflettere l'altro - Stefano Di Ubaldo

12/05/2018

 

La poesia di Stefano Di Ubaldo soprende perchè, nonostante la giovane età dell'autore, dà l'impressione di essere levigata dall’esperienza. Questo fatto emerge tanto dal suo ricco curriculum, quanto dai suoi versi. Non si tratta di un’esperienza di quelle pesanti, che incurvano le schiene col passare degli anni, quanto piuttosto di un’anticipazione, di uno sguardo lungo. Questa sensazione si fa strada grazie ad associazioni di immagini che fanno pensare a malinconiche occhiate, gettate su un passato lontano. È, se ci si ferma a riflettere, una sensazione ossimorica: Stefano è giovane, guarda al futuro, come perlopiù i giovani fanno, e allora perché la sua voce poetica sembra provenire dal futuro? Credo che la giusta risposta a questa domanda sia: la consapevolezza.

 

I suoi versi sono infarciti di una piena coscienza del suo essere poeta. E questo li rende convincenti all’ennesima potenza. “Intanto l'acqua scorre/ e non torna dov'era,/ma capita che ricordi/da dove è passata.” dice Stefano in Nessuna ambizione, rivelando al lettore uno sguardo attento più alle cose che sono state, che a quelle che sono o che saranno.

C’è da dire però che la poesia di Stefano, messa da parte l’esperienza e la consapevolezza che le fanno da pilastri, non manca di riferirsi a un mondo giovanile, quello del poeta, un mondo vero. In Luce passiva ci viene raccontata una pausa sigaretta fuori dall’ordinario; grottesca in un certo senso è l’immagine del nostro poeta che si fa accendere da un amico un lungo cero, preso in chissà quale Chiesa. È facile figurarsi l’atmosfera di quella chiacchierata tra amici, un quadro credibile e per nulla sorprendente, semmai piacevole. Ma la sapiente aggiunta di questo elemento straordinario all’interno di un episodio fuori dall’ordinario ci rivela un altro punto verso cui si rivolge lo sguardo di Stefano: l’insolito. Difficile a dirsi se il poeta lo scovi dentro se stesso o al di fuori, nel mondo che lo circonda.

 

Forte di questi presupposti, la sua poesia si rivela anche estremamente metapoetica in due dei componimenti che oggi vi presento: Babele su carta e Quando non riesco. Ne fuoriesce l’idea di una poesia senza redini, che prende il controllo della penna e ribalta gli assoluti, arrivando al punto di poter esprimere addirittura una “verità per finta”, con "parole incomprensibili”. Una poesia insomma che chiede tanto ai suoi lettori: in definitiva lo sforzo della rilettura, della pausa di silenzio e dalla vita, per isolare quelle “frottole impazzite”, espressione con cui Stefano a quell'accumulo di parole che ci assordano ogni giorno.

Ecco, la sua è una poesia che vuole farsi strada tra le urla assordanti, con una voce chiara. Chiara e decisa? Non esattamente. In “Quando non riesco” Stefano si rivela una creatura mimetica, a cui piace fingersi altro da sé, per provare a vedere cosa si nasconde al di là delle certezze che chiudono l’orizzonte di ciascuno di noi. Eppure questo essere l’altro non è solo una sfida pionieristica, ma quasi un’esigenza, qualcosa che sembra sgorgare da un’insicurezza di ciò che realmente si è. Quando ormai l'altro è stato evocato, non ce ne si può liberare così facilmente, bisogna trovare una soluzione e un modo per stare nel mondo e per stare tra gli altri. Come? La poesia sembra essere per Stefano la soluzione, intesa come luogo dove – dice il poeta – “provo a inventare/quello spazio di incontro/tra un'idea e le avversarie,/tra il già detto e l'ascolto,/tra l'ascolto e un'idea/di quell'altro in me stesso”.

 

Così la poesia si fa specchio, non solo del poeta e non solo del presente, non solo di un passato avvenuto e di un futuro del quale nulla si sa, ma soprattutto dell’altro che ciascuno di noi nasconde dentro di sé e che, talvolta, passa il tempo componendo versi.

 

NESSUNA AMBIZIONE

Vorrei spogliare

il manichino che sono

dalle ambizioni che non ho

e che occorre esibisca in vetrina

come sperassi

le avessero tutti.

Potrei attendere

di passare di moda

o sfilare indifferente

su passerelle di nicchia,

dove l'eco dei gargoyle

rammenta l'umiltà.

Intanto l'acqua scorre

e non torna dov'era,

ma capita che ricordi

da dove è passata.

 

 

LUCE PASSIVA

Certi giorni

mi piacerebbe uscire di casa

con un pacco di candele in tasca,

di quelle da chiesa,

che proteggono le preghiere.

E alla pausa sigaretta

di una qualunque serata tra amici,

avere anch'io un motivo

per chiedere nel bisogno:

“Scusa, ce l'hai un accendino?”

Procedere all'innesco,

ringraziare con sorriso

e godermi un momento di libertà,

mentre fornisco il mio contributo

di luce passiva

all'aria che respiro,

tra una chiacchiera e l'altra.

 

 

BABELE SU CARTA

Mi affido alla carta

e la lascio parlare,

come un'altra Babele

tra milioni di voci

che piovono stanche

dalle torri d'avorio,

dopo aver rigirato,

frottole impazzite,

nella vuota schiera

di una verità per finta:

parole incomprensibili

da rileggere al silenzio

della prossima pagina.

 

 

QUANDO NON RIESCO

Quando non riesco,

provo a far finta

di non essere me;

talvolta mi giova,

perché imparo a vedere

un po' oltre il reale,

le sembianze di un corpo,

le routine della mente,

le atrofie dello spirito

e l'amore che manca

dove un uomo lo cerca;

talaltra mi ostacola,

perché scordo di agire

nelle forme richieste,

nel rispetto di un tempo,

nei dettagli di un testo

che non scrive nessuno

se non tu, che lo leggi;

allora mi impegno

perché provo a inventare

quello spazio di incontro

tra un'idea e le avversarie,

tra il già detto e l'ascolto,

tra l'ascolto e un'idea

di quell'altro in me stesso.

 

 

 

 

 

 

NOTA BIOGRAFICA

Stefano Di Ubaldo nasce a Lecco il 17/05/1993. Dopo il Liceo Scientifico, intraprende un percorso di studi dapprima all'Università Bicocca di Milano, dove si laurea nel 2015 in Scienze e Tecniche Psicologiche, quindi all'Università Alma Mater Studiorum di Bologna, dove sta ultimando il Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Cognitiva Applicata. Attivo nel volontariato sociale da diversi anni, si è occupato di animazione per ragazzi, forme di disabilità, cure palliative e carcere.

Scrive poesie dal 2012. Oltre a partecipazioni in collane ed antologie poetiche e riconoscimenti in concorsi letterari (primo classificato nel Premio Poetico Amarganta 2018; terzo classificato nel IX Concorso Nazionale di Poesia Amalia Vilotta), nel 2017 sono state edite le sue prime raccolte monografiche: Scorci su giochi di regole (Aletti Editore) e Da qui in avanti, un passo indietro (Alétheia Editore). Nel luglio 2018 è stata edita la sua terza raccolta di poesie, dal titolo Verso un forse (Casa Editirce Antipodes).

Tra i temi conduttori delle poesie, la cura, la ricerca e il cambiamento, come chiavi di lettura di una realtà in costante trasformazione. Tra i suoi autori preferiti, Dostoevskij, Bolaño e Cortázar.

 

 

 

 

 

 

 

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