Le verità di Martina - Martina Sangalli

07/10/2019

 

Luglio di poesia su "Le Api dell'Invisibile" con gli inediti di Martina Sangalli.

Tre poesie in verso libero e un simil haiku per presentarsi a voi in tutta la sua personalità messa a nudo, parola dopo parola. Ecco perchè non sarebbe una cattiva idea potersi presentare con una poesia anche a un colloquio di lavoro: perchè con la poesia è difficile mentire. O meglio, si può mentire ma la verità su di noi in qualche modo riesce a sgusciare fuori.

Direte voi: ma non sono le bugie che saltano fuori dalla pentola? Forse sì, ma la poesia è abituata a sovvertire gli schemi, anche mentre vi si imprigiona dentro, così scopriamo che dalla pentola di parole che è un componimento poetico tocca alla verità esibirsi in acrobazie e non restare mai nascosta. C'è una semplice spiegazione a tutto ciò: quando scriviamo poesia attingiamo a un serbatoio di linguaggio che non è quello comune ai nostri scambi quotidiani. Con la lingua della prosa e della comunicazione siamo abituati a pensare, con la lingua della poesia invece siamo portati a provare emozioni. Emozioni che sono irruenti segnali di guida del nostro giudizio razioale, ma pur sempre emozioni che parlano alla pancia spesso, più che al cervello. Capiamo allora perchè le emozioni talvolta ci guidano verso la verità: perchè mostrano quanto non siamo stati in grado di ricomporre in un pensiero comune, quanto abbiamo avuto bisogno di esprimere con un linguaggio altro, più sottile forse, ma più sincero. La poesia riveste di abbellimenti prosodici pensieri nudi, lasciandoceli paradossalmente molto più trasparenti di quanto sarebbero potuti essere se espressi con frasi prosastiche.

Non parlo ovviamente delle grandi verità sul mondo, ma delle piccole verità su noi stessi: la speranza di trovare un dove e un chi cui appartenere, la tenerezza del credere a un amore che è più nella nostra mente che nella nostra vita, la consapevolezza che odiare sia molto più semplice che amare per sempre, unita alla semplicità di un sentimento che va accettato senza troppe rimuginazioni.

Queste sono solo alcune delle verità che mi sembra di intravedere intrecciate alle parole di Martina. E se queste verità vi sembreranno troppo relative per essere aggiunte al novero delle Vertà con la V maiuscola, poco male: vorrà solo dire che invece di scoprire qualcosa su Martina, l'ho scoperto su me stessa. Tanto che Martina sono anche io, quindi il disguido trova una certa parvenza di spiegazione.

 

QUI ED ORA

 

Qui ed ora

Mi perdo

Nel brulichio delle strade

Tra occhi stanchi sconosciuti

Ma così uguali ai miei

Che io mi sento meno solo

 

Qui ed ora

Nelle trame del vento

Tra fili di destini incrociati

Sfido le vecchie Moire

Che mi guardano lontane

Ad ostacolare il mio cammino

 

Qui ed ora contemplo

Telai di cuori malati

Calendari di giorni che camminano

Di casa in casa

Ed elemosinano un po’

Di considerazione

 

Qui ed ora

Mi perdo

Nel brulichio delle strade

Ma tu sappi, mio caro

Che anche se non ti conosco

Tu ci sei, e ti vedo.

 

Dove si trova questo "qui ed ora"? In un presente che è già proiettato al futuro, nella consapevolezza che la vita ci scorre tra le mani e che anche mentre fissiamo la strada davanti a noi non riusciamo a tenerci stretti i volti dei passanti, sempre pronti a sostituirsi e a sovrapporsi. "Qui ed ora" giace tra le "trame del vento", che per antonomasia è, insieme all'acqua, l'elemento naturale più transeunte: sempre pronto a spostarsi in altri luoghi, portando sempre qualcosa di nuovo e sempre sottraendo qualcosa di trovato. "Qui ed ora" è un presente instabile, segnato da "cuori malati" prossimi alla scomparsa dietro le quinte, segnato da calendari su cui il tempo fa camminare i giorni, troppo irrequieti per starsene buoni nelle loro caselle. "Qui ed ora" è il luogo in cui la poetessa attende, ripetendo insaziabilmente la propria appartenenza a un presente instabile, un futuro ancora invisibile ma in qualche modo certo: un futuro in cui non si è soli. 

 

CAFFÈ DELLO STUDENTE

 

In due tazzine stanche

Si riflette il mio sguardo,

Punta altrove:

Cerca te

In un acquoso arcano

Risolto su due piedi

Tra le quinte del mio cuore:

 

Voglio sentire il sapore del tuo sorriso

E assaporare il tuo pianto con il mio,

Voglio intrecciare la tenerezza delle nostre mani,

Osservarti sulle soglie

Degli orizzonti di domani;

E in controluce soffocare i tuoi sospiri,

Ansimando al tuo fianco in tutti i tuoi destini.

 

E se io

Ti stringo a me

Un po’ più forte,

Io ti prego:

Stringi me

Contro te

Un po’ più forte.

 

L'assenza di uno schema metrico richiede immagini più forti, che sappiano legare a sè il lettore: laddove non è il suono a incastrarci nell'incanto della poesia, l'immaginazione deve fare un surplus di lavoro per far sì che le parole non cadano nel dimenticatoio.

Così, nella mia immaginazione, le tazzine di caffè in cui si specchiano gli occhi di Martina sono due, come due sono questi occhi irrequieti, alla ricerca costante di qualcuno cui legarsi perennemente. La superficie liquida del caffè è specchio scuro che "punta altrove" e riflette un mondo fuori dalla tazza, fuori da Martina. Ma quel caffè non può riflettere la stanza che circonda la poetessa, semmai solo i suoi occhi e quello che si nasconde nelle pieghe dei suoi desideri. Così in qualche modo mi sono convinta che quell'"acquoso arcano" non restituisca un'immagine veritiera della realtà, ma di come quegli occhi vorrebbero vederla. Uno specchio magico, una messa in scena senza nulla di cui ridere, ambientata tra le "quinte del mio cuore". Non mi lascio ingannare dal secondo verso, da questi gesti di quotidianità elencati quasi come una lista di desideri: al posto di "voglio" leggo vorrei.

E se questo amore già dovesse esistere, gli porgo le mie scuse e rivedo le mie priorità, anche perchè rileggendo mentre scrivo mi viene da pensare: ma chi è che si prende due caffè?

Forse la prima impressione è davvero sempre sbagliata, contrariamente a quanto si dice, forse seduto davanti a Martina c'è davvero qualcuno per cui valga la pena credere che l"acquoso arcano" non sia poi così complicato, che possa insomma essere "risolto su due piedi". Voglio crederci, vorrei sperarci: le verità di Martina iniziano a diventare un po' anche le mie.

 

 

A VOLTE

 

È il treno

Stanco

Dei miei continui pensieri

Sull’universo, gli dei, gli uomini

Del mio continuo rimuginare

Su quello che sono e non sono

Su quello che sei, che siamo

O che non siamo

Se non nella mia mente.

 

Non sono brava a scrivere

Canti gioiosi,

E tu lo sai,

E forse ti preferisco

Quando ti odio

E non ti capisco.

 

Eppure talvolta

Vorrei trovare le parole

Per dirti

Ti amo.

 

 

COME IN PRIMAVERA

 

Ti amo

Perché sei

Un fiore di ciliegio

Nella notte.

 

Di questi ultimi due componimenti invece mi sembra giusto parlare insieme, perchè ancora una volta m lascio suggestionare dalla nostra omonimia e credo che davvero quello che scrive Martina possa valere anche per me. Ovvero che siamo stanche anche se siamo giovani, perchè i pensieri si asserragliano uno sull'altro cercando di incastrarsi in un intrico di braccia e gambe che non stanno mai ferme. I pensieri si affollano, si soffocano a vicenda, vincono i più forti che non sempre però, si sa, sono i più giusti. Anche nel nostro cervello la giustizia è un premio duro da conquistare. E tante volte nella nostra mente il mondo si riflette con pieghe tutte diverse, i giorni acquistano un nuovo ritmo e le persone nuovi volti: ci inganniamo con dolcezza, ma spesso anche con violenta crudeltà, ci crediamo incapaci di parlare, di comunicare ad altri questa latente sensazione di non sapere "quello che sono e non sono", ci mancano le parole per dirlo. Però poi ci proviamo, a volte con pessimi risultati, a volte invece scopriamo, come qui Martina, di poter essere qualcosa di nuovo, una scrittrice in erba forse, un tentativo di sognatrice costruito sull'inchiostro. Ma poco importa la forma all'inizio, ciò che conta è trovare le parole: è come avere i mattoni, adesso sappiamo di poter lavorare per costruire la casa. Ci sono mille cose da imparare, decine di muri da innalzare, fondamenta da rendere solide, tubi e fili che si devono incastrare alla perfezione. Il lavoro è complicato e la fatica costante, ma il risultato sarà semplice nella sua folgorante bellezza: "ti amo/ perché sei/ un fiore di ciliegio/ nella notte".

Buona costruzione Martina, e lo sto dicendo a entrambe, i tempi del cantiere saranno lunghi, ma una casa è per sempre!

 

Martina Toppi

 

 

 

 

NOTA BIOGRAFICA

 

Martina Sangalli, 19 anni, vive a Carugo, in provincia di Como. Dopo aver conseguito la maturità classica presso il Liceo Enrico Fermi di Cantù, ha scelto di frequentare il corso di laurea in Linguaggi dei media, facoltà di Lettere e filosofia, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Fin da bambina è appassionata di scrittura, musica e lettura. Fortemente convinta della necessità della poesia nella vita di ciascuno di noi, preferisce descriversi come un tentativo di scrittrice alla costante ricerca dell’altro per creare un legame comunicativo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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