Due galassie poetiche - Mariarosaria Ruotolo, Martina Sangalli

10/05/2018

 

 

 

Il mondo della della poesia si alimenta di molte linfe, che non hanno a che fare solamente con le pubblicazioni e gli incontri con gli autori, ma di cui grande parte fanno anche i concorsi. Il territorio italiano conosce una quantità di concorsi nazionali, regionali e locali estremamente vasta, ricca e differenziata, in grado di coprire lunghissimi periodi di tempo, al punto che credo che se qualcuno tentasse l’esperimento del prendere parte a ciascuno di essi si troverebbe in seria difficoltà. C’è da dire poi che simili iniziative garantiscono l’emergere di talenti, soprattutto nella categoria giovani e giovanissimi, che altrimenti rimarrebbero muti chissà per quanto tempo, se non per sempre. Il rischio ovviamente è quello di assistere alla comparsa di meteore destinate senza distinzione a segnare il cielo del panorama poetico per un brevissimo spazio di tempo, oppure per una parte del nostro paese estremamente ristretta, in maniera direttamente proporzionale alla popolarità del concorso e, in linea forse maggiore, alla presenza di personalità eminenti nella giuria. La presenza di queste iniziative, tuttavia, è bene che sia promossa e garantita, soprattutto a livello locale, perché esse sono in grado di garantire agli scrittori e ai poeti in erba qualcosa cui spesso il mondo editoriale tarpa le ali: speranza. Oltre alla speranza poi una sana dose di competizione che, diciamocelo, non fa mai male, anzi, perlopiù fa emergere il lato sorprendente e distintivo delle opere.

Le Api dell’Invisibile oggi si propone di presentarvi i componimenti di due giovani, anzi, come da prassi per la nostra rubrica, giovanissime poetesse. Mariarosaria Ruotolo e Martina Sangalli sono le vincitrici, rispettivamente del primo e del secondo posto, del premio Vittoria Elli, giunto ormai alla sua XV edizione e intitolato alla memoria di Vittoria Elli, professoressa, assessore alla cultura e alla pubblica istruzione di Carugo e ideatrice del premio stesso nel 2004.

 

Ci troviamo di fronte a due componimenti che giacciono su piani di ricerca poetica sensibilmente diversi e che della poesia stessa suggeriscono due visioni antitetiche.

 

“Tienimi per mano”, di Mariarosaria, è un componimento tipicamente contemporaneo, o per meglio dire trasmette un’idea di poesia che è comune ai nostri giorni. Si tratta di una poesia intessuta di sentimento, autobiografica nella misura in cui ci permette di comprendere il suo fiorire da un cuore e non da una riflessione puramente razionale, ma che nonostante ciò lascia al lettore ampio spazio interpretativo. Spazio vitale in qualsiasi opera lirica, che nel momento in cui lascia la penna dello scrittore, deve modellarsi e deve essere modellata dalla voce interiore del lettore. Ho parlato di poesia vicina al sentire poetico contemporaneo perché una lettura tecnica della stessa rivela che gli espedienti lirici sono limitati alla ripetizione e a una ringkomposition, ovvero una struttura circolare che inverte il verso iniziale “tienimi per mano” in un incisivo ma per nulla banale “mi tieni per mano”. È un gioco retorico interessante, che fa di quel pronome “mi” enclitico e pertanto atono, un “mi” proclitico e tonico. Non sono termini tecnici astrusi in toto dal contenuto della lirica: è evidente come l’io lirico compia, attraverso i versi, un viaggio, segnato da tappe ripetitive ma destinate a giungere ad un’inattesa sponda. “Tienimi per mano” sembra essere lo scoglio saldo cui l’io lirico si appella nelle tempeste della vita, un’accorata supplica ripetuta in frangenti diversi. L’iterata richiesta d’aiuto attraversa tutte le fasi del giorno, dall’aurora fino a dopo il tramonto, ripetendosi anche e forse con più forza al calare del buio (“sul far della sera,/ quando i petali si chiudono,/ mi addormenterò/ vicino al tuo cuore”), in un percorso metaforico che si rispecchia nel trascorrere della vita e nel desiderio speranzoso di poterla passare al fianco del referente di questo accorato appello. Appello però, si badi bene, che non contempla l’idea dell'abbandono: “tu sei la forza/ che mi fa risalire”, “dimmi che andrà tutto bene:/ci crederò.”, “mi addormenterò/ vicino al tuo cuore” sono le affermazioni di qualcuno che in qualche modo di dubbi nei confronti dell’altro cui la poesia si rivolge ne ha ben pochi.

E poi c’è questa chiusa, sconvolgente nella semplicità con cui ribalta l’assioma di fondo linguisticamente e concettualmente: “mentre tu, dolcemente,/ mi tieni per mano.” Ecco che quello stesso “mi” iniziale, enclitico, atono e passivo, si fa improvvisamente protagonista della poesia affermando con solidità la presenza dell’io accanto a quella del tu, la volontà di essere co-protagonista di questa storia, che non sia più una storia di salvataggio, ma piuttosto di cammino in compagnia l’uno dell’altra.

 

“Piccolo Ulisse (Cosmogonia)” esiste invece in tutt’altro universo poetico, parte da presupposti opposti e giunge a risultati altrettanto distanti. Intanto però, per stabilire un termine di paragone, anche qui gli espedienti lirici sono pochi: però in questo casoil componimento ruota attorno all’evocazione di una sequela di immagini giocate sul piano metaforico. “Come pellegrina nube/ soffiata tra un banco di stelle”: in due soli versi Martina ha dipinto un quadro degno di un’esposizione pubblica. Quella sottilissima metafora, quasi implicita, tra il banco di pesci e la costellazione, tra le profondità dell’oceano e le immense altezze del cielo, è un pezzo di pura bravura. La poesia in generale vanta toni evocativi arricchiti da un linguaggio denso e corposo, che non lascia nulla al caso e anzi riesce a solleticare, oltre al senso della vista, anche il nostro udito, con altri tre brevi versi degni di nota: “E con te a me appeso/assaporo tra le braccia/ il cosmo intero”. È sempre vero, nella mia opinione, che estrapolare versi da una poesia per farne aforismi è un attentato alla poesia e al poeta stessi, perché ogni poesia è un’entità organica, necessaria in ogni sua parte. Ma qui mi si permetta di fare un’eccezione alla mia stessa regola, perché in questo caso mi sembra di trovarmi davanti a un epigramma finemente lavorato di età ellenistica. E chissà se e quanto il percorso di studi della giovane poetessa ha influito.

Una poesia, dicevo, che solletica il senso della vista e che gioca tanto su antitesi e dissonanze: così la figura di Ulisse, notoriamente associata a un uomo segnato dall’esperienza, è accostata a quella di un bambino; la trama del mondo è segnata da nodi oscuri, ma il gioco della sorte è candido, forse non chiaro, ma certo più limpido della visione limitata che ogni essere umano ha dal basso della sua posizione; le albe sono dolci, i tramonti gelidi. E tutti questi opposti si annullano in un risultato superiore –Hegel non ne sarebbe sorpreso, ma è piacevole voler assegnare a questi versi anche un’interpretazione in chiave filosofica. Ogni contraddizione è necessaria a stringere l’anima dell’io lirico, ad aprire il suo cuore all’infinito e a schiudergli “il cosmo intero”.

 

TIENIMI PER MANO

Tienimi per mano

quando il bagliore dell’aurora

illumina i miei occhi,

quando tocco il fondo

perché tu sei la forza

che mi fa risalire.

Tienimi per mano

quando il traguardo è lontano

ed io temo di sprofondare,

dimmi che andrà tutto bene:

ci crederò.

Tienimi per mano

al tramonto,

quando i pensieri

si fanno pesanti

e faccio fatica a reggerli.

Tienimi per mano,

sul far della sera,

quando i petali si chiudono,

mi addormenterò

vicino al tuo cuore

mentre tu, dolcemente,

mi tieni per mano.

1° premio giovani: Mariarosaria Ruotolo

 

 

 

NOTA BIOGRAFICA

Mariarosaria Ruotolo, 19 anni, autrice di Pathos e studentessa di giurisprudenza, scrittrice e poetessa pluripremiata in importanti concorsi nazionali ed internazionali.

Sogna di portare i suoi valori oltreoceano sradicando i costumi scorretti che dilagano nella sua amata terra. Dare un contributo concreto al mondo è, a suo avviso, la cosa più importante. Non si lascia scoraggiare dalla mediocrità ma ricerca quotidianamente l'infinito.

 

PICCOLO ULISSE (COSMOGONIA)

Come pellegrina nube

soffiata tra un banco di stelle,

così il mio cuore

si spalanca all’infinito.

E quell’Ulisse che gira

e si rigira tra i miei sogni

non è altri che un bambino

in preda alla brama di viaggiare

tra le trame di questo mondo

per districarne i neri nodi

e il candido gioco di sorti.

Questo ordito di dolci albe

e gelidi tramonti

mi si allaccia intorno all’anima

ed io lo stringo un po’ più forte.

E con te a me appeso

assaporo tra le braccia

il cosmo intero.

2° premio giovani: Martina Sangalli

 

 

 

 

 

 

NOTA BIOGRAFICA

Martina Sangalli è nata a Carate B.za (MB) il 2 ottobre 1999 e vive a Carugo (CO). Ha frequentato il liceo classico presso il Liceo Enrico Fermi di Cantù (CO), dimostrando particolare interesse per le materie umanistiche. Martina si è accostata alla poesia fin da bambina, mossa dal bisogno e dal desiderio di esprimere i suoi sentimenti e le sue inquietudini: la poesia rappresenta per lei il tentativo di conoscere se stessa. Martina è interessata non solo al mondo della scrittura, ma all’arte in generale, in particolare alla musica e al disegno. Il suo sogno è quello di poter pubblicare, in futuro, un proprio libro.

 

 

 

 

 

 

 

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