ESCLUSIVA – LA POESIA NON È LA LAVA, MA IL VULCANO intervista con Ottavio Rossani

02/16/2020

 

“La poesia non è la lava, ma il vulcano”, l’ha spiegato Ottavio Rossani, nel corso di una chiacchierata che ha toccato molti temi, tra cui ovviamente la poesia. Parlare di poesia come più alto grado di comunicazione letteraria – come l’ha definita Ottavio -  è interessante, in un’epoca in cui si comunica sempre, si comunica molto e si comunica in fretta. Eppure la poesia, che deve mirare all’eterno in ogni caso, riesce ancora a parlarci, con quella sua placida richiesta di tempo e di attenzione. Lo fa con un linguaggio che supera i limiti linguistici attuali, sfondando gli orizzonti e aprendo a nuovi mondi di possibilità. Ottavio Rossani, poeta con all’attivo diverse pubblicazioni, giornalista da 40 anni per il Corriere della Sera, scrittore e pittore, ma anche regista teatrale, ha risposto a qualche domanda permettendoci di capire un po’ di più della poesia, del suo rapporto con essa e del ruolo che questa forma letteraria può rivestire per ciascuno di noi.

 

Ci sono due affermazioni che ultimamente mi hanno colpito: “È un’opinione universale e corretta che le parole di un uomo sono l’immagine della sua anima” (Dionisio di Alicarnasso); “Lo scrittore e l’uomo non sono sempre la stessa persona” (Sir Ronald Syme). In quale di queste due affermazioni si ritrova maggiormente?

Sul piano tecnico si tratta di due affermazioni legittime e anche piuttosto realiste: nella tradizione gli scrittori si sono trovati, a seconda del momento, in una di queste due ipotetiche situazioni. Io mi ritrovo più nella prima di queste due ipotesi, perché nei miei libri ci sono io. Ovvero, io sono così come si può leggere nei miei libri, perché penso, come poeta, di dover scrivere la testimonianza di ciò che sono. Si tratta anche di un portato etico della mia professione di giornalista: ciò che scrivo è vero. C’è da dire però che la scrittura, quella letteraria, è sempre una finzione. La scrittura ricalca la vita di tutti i giorni dove esistono tante verità. L’opera letteraria non deve essere una radiografia della persona dello scrittore, sarebbe illusorio pensarlo. Ma sicuramente quando io scrivo lo faccio perché qualcosa in particolare mi ha toccato interiormente.

 

Come nascono le sue poesie?

La poesia per me non nasce dall’intuizione geniale di un momento, la poesia va costruita e poi lasciata lì a fermentare, per poi tornarci su e togliere le ingenuità, ridimensionare e sistemare le forme di improvvisazione. La poesia è una scrittura di grande responsabilità nei confronti del lettore. Se dobbiamo fare una metafora, possiamo pensare a un vulcano. La poesia non è la lava, ma il vulcano: i detriti e la lava sono cose frammentarie, importanti sì, ma non tanto da costruire un universo.

 

Cosa rappresenta dunque per lei la poesia?

La poesia, per me, deve riflettere un processo di continua scoperta, sia sul piano sostanziale che sul piano formale. A volte si dice che tutto è già stato scritto e che nulla di nuovo può essere aggiunto, che non possono più nascere capolavori. Non credo sia vero, si tratta di una mentalità troppo utilitaristica che non si sposa con la poesia. La vera poesia dura nel tempo e deve sempre mirare all’eternità. Mi sono accorto che negli ultimi secoli i poeti tendono a non scrivere più grandi opere alla maniera degli antichi (pensiamo a Dante o a Omero). Questo perché si è diffusa l’opinione che scrivere alla maniera degli antichi sia qualcosa fuori dal tempo. Certo, ogni scrittore deve scrivere secondo un contesto che è quello del suo tempo, perché la lingua è in continuo movimento, ma la poesia deve avere anche l’ardire di superare i limiti contenutistici della lingua, deve creare una nuova lingua.

 

Molto spesso a un poeta si chiede perché si scrive poesia, oggi invece vorrei ribaltare la questione e domandarle: perché leggiamo?

Innanzitutto dobbiamo tenere in considerazione un dato che fotografa la realtà in Italia: si scrive molta più poesia di quanta se ne legga. Ci sono all’incirca 5 milioni di autori di poesia. Questo vuol dire che i poeti scrivono, ma leggono poco la poesia di altri poeti. L’esigenza di scrivere ha tanti aspetti, può essere legata ad esempio all’esigenza di esprimere i propri sentimenti, le proprie idiosincrasie. Ci sono tanti motivi per cui si scrive, l’importante quando lo si fa è sempre tenere a mente cosa sia la vera poesia. Ma passiamo al problema di fondo: perché una persona legge? La lettura nasce dalla necessità di conoscenza, qualsiasi tipo di conoscenza. Infatti non leggiamo solo romanzi, ma anche saggi, inchieste, poesie. Si legge per conoscere. Prima che ci fosse la scrittura, si era abituati all’ascolto, per conoscere si ascoltavano i racconti ed essi talvolta svolgevano una funzione pedagogica nei confronti dei più giovani. Ci sono moltissime forme di comunicazione oggi che ci permettono di ampliare le nostre conoscenze, ma se qualcuno vuole interiorizzare una metodologia che possa poi diventare strumento sia per svolgere una professione che per stare meglio con sé stessi, per vivere meglio, allora deve leggere.

E invece cosa si può dire di chi legge poesia? Perché qualcuno è spinto a farlo?

Leggere poesia è una necessità interiore, legata allo sviluppo di una particolare sensibilità umana. Il poeta deve scrivere qualcosa che diventi necessario per chi legge e in questo c’è una grande responsabilità. Il lettore di poesia è invogliato a continuare la lettura di un poeta perché questi lo fa vivere meglio, gli apre finestre su un mondo fino a quel momento sconosciuto. Detto in altre parole, la poesia credo debba avere una propria autolegittimazione. Leggere poesia nasce dalla necessità del lettore di avere una visione più ampia della vita e del mondo.

 

Spesso però siamo più portati a leggere qualcosa che già ci sembra di conoscere, di comprendere meglio. Certa poesia può risultare complessa, perché usa un linguaggio meno facilmente penetrabile, e quindi siamo spinti verso una forma di poesia più comprensibile. Cosa pensa di questo fenomeno?

Nel mondo occidentale si è creata una grande dicotomia: da una parte c’è un tipo di poesia, figlia del ‘900, che presenta un grado di complessità determinato da una serie di particolari condizioni storiche che si sono verificate nel secolo scorso, dall’altra c’è una poesia che racconta le grandi e le piccole storie. Quest’ultima viene definita, spregiativamente, una poesia di tipo prosaico, ma si tratta di un giudizio sbagliato. Il fatto che la poesia si faccia comprendere dal lettore non implica che non si tratti di poesia. La necessità di riuscire a comprendere ciò che si legge è un’esigenza tanto umana quanto logica.

Ciò non toglie che ci sia comunque una certa poesia complessa e misteriosa, ma anche di grande forza comunicativa. Scrivere poesia che contenga certe forme di mistero non vuol dire scrivere poesia in modo astruso, vuol dire invece, attraverso la poesia, far emergere delle ipotesi di una possibilità di scoprire qualcosa di nuovo. La vera poesia, complessa o meno che sia, è quella che riesce a far emergere l’invisibile.

Io ad esempio amo molto la poesia sud-americana, è una poesia di grande forza comunicativa, una poesia che narra grandi storie. Pensiamo a Borges: si tratta di un poeta ermetico e filosofico per certi aspetti, ma è anche un poeta che racconta storie simboliche e talvolta mitologiche.

 

Parliamo invece della condizione attuale in cui versa la poesia. Credo che per fotografarla sia indispensabile focalizzarci sulle nuove generazioni, che si approcciano alla poesia: qual è oggi il rapporto tra i giovani e la poesia?

Ho l’impressione che ci siano molti fermenti e molte direzioni. Molti giovani tendono a formare gruppi perché hanno furbescamente capito che stando insieme si cammina meglio. I giovani, e per giovani intendiamo qui quelli compresi tra i venti e i trent’anni, oggi non mi sembra che abbiano prodotto grandi espressioni di poesia, parlo degli ultimi trent’anni. Perlopiù bisogna aspettare che raggiungano i 40 anni. Mi capita di citare dei giovani sul blog Poesia del Corriere, quando lo faccio è perché resto colpito da una potenzialità, da un indizio di una maturità incipiente.

 

Parliamo di attualità più in generale: dal momento che nel corso della sua vita lei ha sperimentato moltissime forme diverse di scrittura e di comunicazione, quale crede che sia oggi quella più efficace?

Per quanto riguarda il presente e il cambiamento delle cose che riguardano l’oggi, credo che la forma più efficace a livello comunicativo sia il giornalismo, che però usa anche mezzi diversi: il racconto orale, che è più immediato, e il racconto scritto, che permette maggiori riflessione e approfondimento. Se parliamo invece principalmente di scrittura e di comunicazione letterarie, dobbiamo tenere in conto che esse hanno modi diversi. Sicuramente il più alto grado di comunicazione letteraria è la poesia, perché supera i limiti, trova nuove prospettive, è proiettata sul futuro, cerca nuovi orizzonti. L’efficacia comunicativa è legata alla capacità di raccontare storie che ci diano una visione storica della realtà e che allo stesso tempo ci aprano la possibilità di interpretare il presente. In questo senso la forma letteraria più efficace è il romanzo: ci dà la possibilità di concepire un mondo passato e presente, ma anche di costruire un’ipotesi di futuro.

 

Molto spesso quando parliamo di opere letterarie che ci hanno segnato lo facciamo quasi come se stessimo raccontando di un caro amico. Le andrebbe in questo senso di parlarmi di qualche opera che per lei è stata importante e con la quale ha stretto nel corso degli anni un rapporto particolare?

Avendo una storia di lettura naturalmente molto lunga, non credo di avere un autore particolare di riferimento: ciò non vuol dire che io non ne abbia nessuno, anzi vuol dire che ne ho tantissimi. Tra questi ho amato molto Manzoni perché a otto anni un prete mi ha messo in mano I Promessi Sposi in una forma molto particolare: un fumetto. A quell’età non capii molto, se non che si trattava di una storia d’amore, ma mi piacque comunque. Al liceo invece, in quinta ginnasio, lo rilessi e lo capii, sebbene già lo amassi, perché fin da quando avevo otto anni lo avevo già interiorizzato. Sicuramente capii che non era solo una storia d’amore, ma che era la storia del nostro Paese, dell’Italia. Questa percezione in realtà mi è stata chiarita più avanti nell’età, a una terza rilettura, quando dovetti insegnarlo a scuola. Credo che i personaggi di Manzoni siano icone della totale disorganizzazione di una paese, sono protagonisti di un modo di vivere legato all’egoismo personale e la loro storia è il film della sopraffazione dei più forti sui più deboli, soprattutto quando il più forte è lo Stato. Però non mi sento di dire che Manzoni sia il mio preferito o che sia stato il mio unico autore di riferimento.

 

C’è qualche altro nome che le viene in mente?

Ho amato moltissimi altri autori, come Jorge Amado, che nelle sue opere mostra uno spaccato del mondo latino-americano che mi ha fortemente segnato, facendomi innamorare di quelle regioni perché nei suoi romanzi c’è una sospensione atta a raccontare la vita quotidiana. Si tratta di quella condizione in cui l’uomo non rimane mai veramente umiliato dalle angherie della vita, ma in cui c’è sempre un punto di luce, una sorta di mondo trasognato che poi non è altro che la possibilità di salvarsi. Ho amato molto anche Cesare Pavese, l’ho letto tutto e tutta la sua opera mi ha illuminato su situazioni legate ai fenomeni socio-politici dell’Italia.

Ho uno speciale legame con Ungaretti, di cui amo soprattutto quella poesia che dedicò alla madre  e che per me estremamente importante. Conobbi Ungaretti a 19 anni, mentre ascoltavo in televisione il programma l’Approdo, una trasmissione storica che ha introdotto nell’Italia popolare la cultura. Ciò che più mi affascina però è che da ciascuno di questi e da molti altri autori ho tratto e traggo sempre qualcosa. Quando scrivo tuttavia me ne dimentico, o meglio, ne sono comunque influenzato, ma nessuno di loro mi condiziona.

C’è un altro autore che mi è molto caro, mi capita raramente di parlarne, si tratta di Riccardo Bacchelli, conosciuto per la sua opera Il mulino del Po. In realtà io fui colpito soprattutto da un altro suo romanzo, Una passione coniugale. Lo lessi a 16 anni e mi diede una scossa perché è scritto in una lingua molto attuale, più attuale di quella de Il mulino del Po, e perché è un romanzo di grande pudore, a discapito di quanto uno possa pensare leggendo il titolo. E’ la storia triste e commovente di un grande amore e io sono molto romantico. Più avanti negli anni ebbi una grande soddisfazione: mi accadde di intervistare Bacchelli per L’osservatore politico e letterario e gli chiesi proprio di quest’opera, invece che della sua opera più famosa.

 

NOTA BIOGRAFICA Ottavio Rossani (Sellia Marina, 1944) è poeta, scrittore, pittore, regista teatrale. Abita a Milano. Laureato in Scienze politiche e sociali, fa il giornalista (40 anni al “Corriere della Sera” prima come redattore poi come inviato speciale). Si è occupato di politica, economia, cultura, costume, cronaca. Dal 2007 si occupa del blog POESIA sul sito on line del “Corriere della Sera” (poesia.corriere.it). Ha pubblicato diverse raccolte di poesia, saggi, un racconto storico, un monologo, si è occupato di regia teatrale e di inchieste giornalistiche e ad oggi collabora a diversi giornali e riviste con editoriali sociopolitici e recensioni letterarie.

 

 

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