Intervista a Visar Zhiti

08/09/2019

 

 

Cos’è per lei la libertà?

La libertà è libertà, non ci sono altre parole per descriverla: dapprima è dentro di te ed è tua, poi è fuori di te e diviene la libertà che condividi con tutti.  Per me, questa seconda forma di libertà si esprime attraverso la cultura. Sono nato e cresciuto in dittatura: non ho potuto essere libero pubblicamente, ho dovuto creare la mia libertà segreta.  Questa opportunità mi è stata donata solo dalla poesia, che mi faceva sentire libero interiormente. Tuttavia a causa della poesia sono stato imprigionato nella mia patria: sono stato in carcere per dieci anni. A quel punto per me non c’è più stata libertà: era perduta e lacerata. E’ stato proprio in prigione che mi sono dovuto di nuovo inventare la libertà, l’ho dovuta creare ... e ho scritto poesie. Spesso, anzi, le componevo senza scrivere, a memoria, in mente: le ho mormorate in aria come preghiere.  La poesia a quel punto divenne la mia piena libertà. E ora preghiamo per la nostra libertà comune di fare poesia, non solo per iscritto, ma di poterla anche vivere.

 

Come esprimi la libertà nelle tue poesie?

Questa poesia è stata scritta di nascosto, in prigione, nel momento in cui meno ero libero ho scritto di libertà. E’ stata pubblicata dopo la caduta del regime comunista e della dittatura in Albania, per essere poi tradotta in varie lingue. E’ tratta dal mio libro, che in italiano si intitola Croce di carne, tradotto da Prof. Elio Miracco.

 

E attendo, libertà

Lo sguardo per dove tu verrai

E ti attendo…

 

La strada afferro con le due mani

Come una fune che tiriamo

Da un pozzo di dimenticanze.

E ti porto a galla

Affondata.

 

No, non sei morta!

 

Il mio respiro soffio nella tua bocca.

 

Risorgi e parlami...

 

 

NOTA BIOGRAFICA

 

«Ho respirato la dittatura nel mio paese, quella è l’ispirazione. Ma non è solo la metafora della mia vita: tutte le dittature, antiche e nuove, sono sofferenza, noia, inutilità, sentimento del nulla, di camminare in vano, una sensazione terribilmente pensate quando è collettiva, collettivizzata”.» racconta Zhiti in un’intervista su Pange, del 2017, a proposito di che cosa voglia dire scrivere e vivere sotto un regime dittatoriale. Visar Zhiti è nato nel 1952 a Durazzo e per lunghi anni è stato un figlio martoriato di una terra tinta di rosso: incarcerato nel 1979 per volontà del regime comunista, la sua più grande colpa era quella di «aver scritto poesie tristi, in un linguaggio ermetico, ostile ai dettami del ‘realismo socialista». Zhiti fu uno dei numerosi capri espiatori utilizzati dal regime comunista albanese per incutere timore nella classe degli intellettuali. La sua storia prosegue con un’angosciante segregazione in un campo di lavoro sulle montagne albanesi, dove insieme agli altri prigionieri doveva lavorare nelle miniere di rame, come uno schiavo. Nel corso di questa prigionia crudele, sofferta, ingiustificata e anacronistica Zhiti scrive senza sosta e, soprattutto, senza strumenti. Complice il buio e l’assenza di carta e penna, Zhiti compone incessantemente poesie nella propria mente, più di cento poesie incastrate nei pensieri di un uomo solo e separato dal mondo: era, dice, l’unico modo per salvarsi dalla follia. Furono in molti, tra i suoi compagni di prigionia, a morire di sfinimento, malnutrizione o pazzia. Finito il periodo di carcere nel 1987, al poeta è concesso di lavorare a Tirana, in una fabbrica di mattoni e poi, nel 1991, finalmente la fuga. Milano, Germania e gli Stati Uniti, dove Zhiti da prigioniero sottoposto ai lavori forzati diventa cittadino libero e talvolta rivestito di importanti incarichi (nel 1996 è stato membro del parlamento albanese, che hai poi abbandonato a causa del clima ambiguo che aleggiava sui partiti; a partire dal 1997 fino al 1999 ha ricoperto ruoli diplomatici presso l’ambasciata albanese del Vaticano e ha avutocontatti con Papa Francesco). Visar ha fatto ritorno in Albania, dove ha lavorato come giornalista e dove è stato nominato direttore della casa editrice Naim Frashëri, sebbene fosse la stessa casa editrice che anni addietro lo aveva abbandonato al suo destino. Sempre in Albania ha lavorato nei servizi amministrativi del nuovo parlamento e qui, come per uno scherzo del destino, ha lavorato gomito a gomito con uno degli scrittori responsabili della sua denuncia. Oggi Visar Zhiti vive a Washington DC e le sue poesie sono tradotte e pubblicate in diversi paesi, tra cui anche la Romania e l’Italia. Le sue parole sono diventate viva e bruciante testimonianza di quanto sia cara la libertà e di quanto dovremmo essere grati di poter leggere (e scrivere) le poesie che amiamo seguendo solamente i dettami del gusto e del piacere. Tra le sue più importanti e recenti opere, tanto in prosa quanto in poesia, vi segnaliamo Dalla parte dei venti (D'Agostino, 1998), Croce di carne (Oxiana, 1997) e Passeggiando all'indietro (Oxiana, 1998), Il visionario alato e la donna proibita (Rubbettino Editore, 2014), Il funerale senza fine (Rubbettino Editore, 2017), La notte è la mia patria (Pazzini, 2018).

Malgrado la penuria delle traduzioni letterarie dall’albanese, i versi di Visar Zhiti sono stati apprezzati all’estero e hanno ricevuto considerevoli riconoscimenti internazionali. Nel 1991 ha ricevuto il premio di poesia italiano "Leopardi d’oro" e nel 1997 il prestigioso premio “Ada Negri”. Negli ultimi anni ha partecipato a molti festival internazionali di poesia.

 

 

 

 

 

 

 

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