Recensione a Maria Caspani - Pelle Accesa/Burning Skin

06/06/2019

 

 

LO STATO DELL’ESSERE COME UN ERITEMA. E L’EZIOLOGIA È TUTTA DA INTERPRETARE

 

Recensione A: Maria Caspani – Pelle Accesa /Burning Skin – I Quaderni Del Bardo Edizioni – 2019

 

 

La poesia intrinsecamente bilingue di Maria Caspani evidenzia il proprio nucleo polemico nella mutevolezza del rapporto espressivo ingaggiato con la parola, in quanto costruzione di elementi significanti ad impalcatura dei significati. In questo senso non potrebbe esserci titolo più indicato di “Pelle accesa – Burning Skin” nel riassumere l’attenzione dell’autrice verso un magma verbale, la cui continua ridecodifica linguistica pone problemi che non sono mai di pura traslazione da un sistema all’altro, ma di reinterpretazione espressiva. Il senhal più forte di tale approccio dirompente si trova nella poesia Catene / Chains ove la versione inglese è drasticamente più breve di quella italiana, non solo per consentire una maggiore concentrazione di significato, ma autorizzandosi una dichiarazione antifrastica e libertaria rispetto alla percezione dolente e ripiegata su se stessa del testo italiano.

 

Ci si può allora chiedere se il cambio di lingua coincida con una dicotomia espressiva che rimane aperta ad esiti anche contrastanti. Se il “parlo, quindi sono”, non implichi nella mutevolezza della lingua anche un cambio di prospettiva sia delle modalità espressive, che dell’interpretazione stessa dell’esperienza. Così il verso finale di “Ai margini della vita / On the sidelines of life”, da “come se non ci fosse mai stata una novità importante, degna di nota”, diventa “Like she was new and important.”

 

Una instabilità costitutiva che diventa tratto caratteristico dell’io, la cui superfice “accesa” mostra un continuo stato di frizione e quindi di “infiammazione” sia con l’altro che con la propria interiorità, spesso giungendo ad una constatazione di inconciliabilità.

 

La raccolta si apre con una dichiarazione di sconfitta, fisica e psicologica, in Routine, fino alla auto attestazione di morte “I was dead at 33” che non è un nuovo incominciare, ma piuttosto un finale di cui comprendere le cause. Nelle poesie successive le finestre si aprono su squarci di interni e di paesaggio che fanno riferimento ad un mondo del lavoro conflittuale, che l’io abita con disagio, con un senso di estraneità che non trova sollievo nella vita sentimentale (Riflessioni III) ma al massimo in frammenti di ricordi e di attimi sospesi (Pace, Da bambini, Viaggio). Una dimensione di compromesso, un venire a patti con la necessità della vita sociale e con il tempo che passa, vissuta come un destino, quasi una condanna genetica ed ineluttabile (“Da bambina, / il mio guscio continuava a crescere. / Non lo volevo rosa, quindi lo dipinsi di un giallo chiaro. Come una via di mezzo, un compromesso”.) che si incrocia con una America baluginante sullo sfondo, priva di alcuna mitizzazione: un paese impaurito, poco comprensibile e anche materialmente così lontano dalla abitudini italiane (“Penso a cosa direbbe mia madre di questa spiaggia senza sdraio e ombrelloni. / Probabilmente nulla di buono.”)

 

Un velo di amara ironia che qua e là trapela, ma davvero molto parcamente. Pelle accesa è un dizionario sintetico sulle declinazioni del senso di estraneità che lascia poche vie di fuga. E se anche lo sguardo può apparire distaccato, è perché anche questa incapacità fa parte del disagio e può essere messa in conto nel catalogo delle forme in cui non si è mai completamente presenti al proprio tempo. Un tempo che vive di immagini, ma, come dice Maria Caspani: “Ok. Non so disegnare, pazienza./ Quindi penso in parole più che immagini./...Ci sono disgrazie peggiori./” Senonché: “Il mio carattere è a pezzi, le mie parole sbagliate”, ma la versione inglese è ancora più completa e chiarificatrice: “My font is all screwed up –dove “font” indica espressamente il carattere tipografico – my words are wrong, the grammar is a mess”. Dichiarazione di insoddisfazione nei confronti degli stessi mezzi espressivi usati, costretti a parlare non di “germogli in fiore, natura e cose felici”, ma di Paria, di Giochi di potere, di Acque violente.

 

È tutto questo che infiamma la pelle, che genera nell’autrice una conflittualità irrisolta e permanente, i cui esiti non possono essere definiti né trovare un approdo nell’ambito di questo scarno libretto: mi pare piuttosto un campo aperto, una “Battaglia” (per citare il titolo ancora di un’altra poesia) che deve ancora cominciare, sebbene i pensieri dei contendenti siano “già stanchi” come se l’esito fosse scontato, o non così importante. Il problema non è come finirà, il problema è che sia –ancora- una battaglia.

 

È lo stato d’animo complessivo quello che Maria Caspani vuole trasmetterci e la “pelle accesa” vale probabilmente anche come un segnale d’allarme, un semaforo rosso per indicarci che le cose non vanno come dovrebbero, il rapporto tra noi e le cose e noi e noi stessi non è quello giusto, e forse sarebbe il caso di crearsi uno spazio per fermarsi e pensarci su. Leggere queste poesie non è certamente sufficiente, le parole hanno mancato da tempo la loro missione, tuttavia…

 

 

Andrea Tavernati

 

 

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