Alexis Díaz Pimienta

06/03/2019

 

 

ALEXIS DÍAZ PIMIENTA – CUBA, 1966

 

BIOGRAFIA

Poeta slammer, è inoltre sceneggiatore teatrale e scrittore. Le sue opere, pubblicate in svariate antologie e riviste, sono state tradotte, diffuse e premiate su scala nazionale ed internazionale. La sua poesia, attuale e diretta, parla della forza e debolezza umane, indagando e narrando la caducità della vita. Tra le sue raccolte più rappresentative Yo también pude ser Jacques Daguerre"(2000) e Fiesta de disfraces (2008).

 

 

 

7 AGOSTO

 

Oggi è il compleanno di mia madre. Non so che età compie. Né lo sa lei, dice, felice nell’oblio. Mia madre piange di dolore ogni 7 di agosto, guarda il passato e piange e langue e 8 volte chiede che ne sarà di noi. Mia madre ha una paura ottagonale, larga, una paura che non se ne andrà mai più (lo sa).

 

Mia madre continua a essere cosi magra che gli altri chiedono come le stiano otto paure dentro. E da anni che non fuma, non beve alcol, né balla. Perfino mangia, però come se fosse nostra figlia: mal volentieri.

 

Per non farci soffrire, mia madre finge di essere pazza. Gli otto giorni della settimana finge pazzia, e lo fa con tanta convinzione che noi sembriamo armadi. Come si può si stare pieni di paure e sorridere, chiede. Come si può stare pieni di paure e respirare.

 

La casa di mia madre è piccolissima (tanto che ci entra dentro solo lei piegata 8 volte). Però a mia madre sta grande come un abito. Le cade addosso. Le affumica il latte. Ha tante grucce piene di vestiti che non userà, e il miserabile pane quotidiano sopra il tavolo, che ride di lei con una rotondità scandalosa.

 

Mia madre odora come un giornale bagnato dalla pioggia. Tutto in mia madre odora come un giornale bagnato dalla pioggia, un giornale vecchio, degli anni 50, ingiallito, friabile, scritto in una lingua che solo lei capisce.

 

Con un paio di infradito vecchie e un pigiama logoro, mia madre attraversa l’isola dove nacque. La emoziona attraversare l’isola, sola, la mattina presto, sciabattando. La gente del posto si sveglia e sentono solo sui loro tetti, sui marciapiedi, nei viali, i passi di mia madre in infradito, con un’eterna tazza di caffè in mano.

 

Oggi è, un’altra volta, il 7 di agosto, e mia madre, a L’Avana, aprirà gli occhi con dolore. Le piacerebbe, per esempio, trovare in mezzo alla sua piccolissima sala un lungo tavolo, con una tovaglia bianca di stoffa, e otto piccoli piatti con otto tazze aspettando qualcosa. Però sono sette. E piove. E con la pioggia il suo vecchio giornale si sbriciola di più, e lei si restringe, si piega in molte parti, scompare. Ho una madre di origami. Si piega e piega finché diventa un origami mai visto: una lacrima nera con due enormi ciabatte.

 

Oggi è, un’altra volta, il 7 di agosto, e i passeri portano le briciole di mia madre nel becco. Briciole che mettono sul mio davanzale, nella mia tazza di caffè, nelle mie mani. E che fa un uomo con le briciole di sua madre nelle mani? Che può fare? Riconciliarsi con se(o “sé”) stesso e basta? Gridare litigando con se(o sé) stessi e basta? Soffiarle e basta? Dire ai passeri, mangiate pure, non rompete più, le madri non si portano in briciole?

 

Ieri andai in farmacia. La giovane dipendente mi guardò, confusa. Io volevo tutte le medicine, tutte, le pomate per ringiovanire. La giovane dipendente volle che mi sedessi, e io le misi mia madre di origami sul bancone, davanti. “Sono per lei”, dissi. E la giovane diventò molto seria: mi disse che le lacrime nere di carta non dovrebbero medicarsi da sole.

 

E oggi è, un’altra volta, il 7 di agosto. E che posso fare. Scrivo.

 

 

 

PEDANTERIA A PARTE

 

A una certa statua non piaceva
che le dicessero monumento
né scultura; solo statua.
Le sembrava un comportamento pedante
un aspetto poco etico.
Né le piaceva avere un piedistallo.
Però di questo non poteva parlare con nessuno.
Solo ne parlava con la pioggia
con la luna calante
con alcuni uccelli che
neppure sapevano il suo nome.-
Quello che più divertiva quella statua
era la faccia di alcuni passanti
che, senza ammirazione, chiedevano all’improvviso
- e questa chi sarà?
Prima di farsi una foto.

 

 

 

Traduzioni dallo spagnolo di Jalisco Pineda e Carlotta Sinigaglia

 

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BIOGRAPHY

Poet slammer, he is also a theatrical screenwriter and a writer. His works, published in various anthologies and magazines, have been translated, widespread and awarded nationally and internationally. His poetry, current and direct, speaks of human strength and weakness, investigating and narrating the transience of life. Among his most representative collections we can find “Yo también pude ser Jacques Daguerre"(2000) and “Fiesta de disfraces” (2008).

 

 

 

7 DE AGOSTO

 

Hoy es el cumpleaños de mi madre. No sé que edad cumple. Ni ella lo sabe, dice, feliz con el olvido. Mi madre llora dolorida cada 7 de agosto, mira hacia atrás y llora y languidece y 8 veces pregunta qué será de nosotros. Mi madre tiene un miedo octogonal, larguísimo, un miedo que se quitará ya nunca más (lo sabe).

 

Mi madre sigue siendo tan delgada que los demás preguntan cómo cupimos ocho miedos dentro. Y hace años que no fuma, ni bebe alcohol, ni baila. Incluso come, pero como si fuera la hija de nosotros: a regañadientes.

 

Para que no suframos, mi madre finge que está loca. Los 8 días de la semana finge locura, y lo hace con tanta convicción que los demás parecemos armarios. Cómo se puede estar llena de miedos y sonreír, pregunta. Cómo se puede estar llena de miedos y respirar.

 

La casa de mi madre es pequeñisima (tan solo cabe ella doblada en 8 partes dentro). Pero a mi madre le queda grande. Le cae encima. Le ahúma la leche. Tiene tantos percheros llenos de ropa que no usará, y el miserable pan de cada día sobre la mesa, riéndose de ella con una redondez escandalosa.

 

Mi madre huele como un periódico mojado por la lluvia. Todo en mi madre huele como un periódico mojado por la lluvia, un periódico viejo, de los años 50, amarillento, desmigajable, escrito en un idioma que solo ella comprende.

 

Con unas chanclas viejas y un pijama raído, mi madre atraviesa la isla en que nació. Le encanta atravesar la isla, sola, temprano en la mañana, chancleteando. Los lugareños se despiertan y solo sienten en sus techos, aceras, avenidas, los pasos de mi madre en chancletas, con una eterna taza de café en la mano.

 

Hoy es 7 de agosto, otra vez, y mi madre, en La Habana, abrirá los ojos con dolor. Le encantaría, por ejemplo, hallarse en medio de su sala pequeñísima una mesa larga, con un mantel blanco y tejido, y ocho platos pequeños con ocho tazas esperando qué. Pero son siete. Y llueve. Y con la lluvia su viejo periódico se desmigaja más, y ella se encoge, se dobla en muchas partes, desaparece. Tengo una madre de papiroflexia. Se pliega y pliega y pliega hasta volverse un origami nunca visto: una lágrima negra con dos chanclas enormes.

 

Hoy es 7 de agosto, otra vez, y los gorriones llevan migajas de mi madre en el pico. Migajas que colocan en mi alféizar, en mi taza de café, en mis manos. ¿Y qué hace un hombre con las migajas de su madre entre las manos? ¿Qué puede hacer? ¿Reconciliarse consigo mismo y ya? ¿Pelearse a gritos consigo mismo y ya? ¿Soplarlas y tampoco? ¿Decirle a los gorriones, coman, coman, no jodan más, las madres no se traen a pedacitos?

 

Ayer fui a la farmacia. La joven dependienta me miró, confundida. Yo quería todos los medicamentos, todos, y pomadas para rejuvenecer. La joven dependienta quiso que me sentara, y yo le puse a mi madre de papiroflexia sobre el mostrador, delante. “Son para ella”, dije. Y la joven se puso muy seria: me dijo que las lágrimas negras de papel no deberían automedicarse.

 

Y hoy es 7 de agosto, otra vez. Y ya qué puedo hacer. Escribo.

 

 

 

PEDANTERÍAS APARTE

 

A cierta estatua no le gustaba

que le dijeran monumento

ni escultura; solo estatua.

Le parecía una actitud pedante

un rasgo poco ético.

Ni siquiera le gustaba tener pedestal.

Pero de esto no podía hablar con nadie.

Sólo lo comentaba con la lluvia

con la luna menguante

con ciertos pájaros que

ni siquiera sabían su nombre.

Lo que más disfrutaba aquella estatua

era la cara de algunos transeúntes

que, sin afectarse, preguntaban de pronto

¿y ésta de quién será?

Antes de fotografiarse.

 

 

 

 

 

 

 

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