Davide Puccini recensisce "Tamburi" di Andrea Tavernati

02/19/2017

Pubblichiamo le parole di Davide Puccini sulla raccolta di Andrea Tavernati, "Tamburi", edita per Gattomerlino.

 

Il libro si articola in tre tempi, in senso musicale, e più precisamente in un Primo movimento e in un Secondo movimento, tra i quali si situa la sezione Americhe, designata però tra parentesi come interludio; sicché anche il titolo Tamburi sembra da collocarsi nello stesso àmbito, se non altro dal punto di vista ritimico. Il testo corrisponde a questa impostazione almeno per due aspetti: la costante attenzione al significante, che emerge spesso in primo piano con la paronomasia («nel quadro teso ai quattro angoli / dai quattro angeli», «Il mostro non si mostra», «sfinito su infiniti binari»), e l'uso insistito della rima (coadiuvata da assonanze e consonanze), talora più volte ribattuta, soprattutto in explicit. La formazione classicistica di Andrea Tavernati, laureato in filologia medievale e umanistica, è percepibile ad apertura di pagina, ma per accenni appena pronunciati, che servono a straniare immediatamente la lingua della poesia da quella comune: così leggiamo Vesevo per Vesuvio, che non può non rimandare a Leopardi; troviamo, ripetuta, la diastole oceàno, e ancora «si puote» e «con l'armi e 'l capitano» di vaga ascendenza cavalleresca, in quanto riprende compendiosamente l'attacco della Liberata; oppure «Madamina l'argomento è questo», che richiama il Mozart del Don Giovanni, ma anche «e giunto al fin della tenzone», che sarà allusione al Cyrano di Rostand, sebbene riecheggi pure altrove. D'altra parte Tavernati opera ormai da molti anni come creativo pubblicitario e copywriter: da qui deriverà una seconda componente linguistica subito avvertibile, che è l'inglese d'uso ormai invasivo e onnipresente, temperato dallo spagnolo per i viaggi che riguardano l'America latina, e in genere il lessico della modernità. Questo impasto linguistico in fermento è dominato con mano ferma e viene messo al servizio di una ironia (e autoironia) ora sorridente ora pungente, che non esclude affatto una sfumatura di genuina indignazione o il calore del sentimento e degli affetti. Esemplare in questo senso, nel Primo movimento, un testo come Miei cari, dove il rapporto con i genitori, sul filo del ricordo, è bilanciato tra distacco e vicinanza: «Ma non vi conduca / per tristi sentieri / il mio scivolare lontano: / il vostro segno piano / fisso ho negli occhi, / la sbucciatura ai ginocchi / un po' m'è rimasta / come nelle vostre mani / così calde e vaste / la promessa d'un domani». È questa, mi sembra, la voce più peculiare di Tavernati, anche nella seconda parte Americhe, «frutto della rielaborazione mnemonica di un antico viaggio in tre tappe: California – Messico – Colombia», di.cui si parla in modo tutt'altro che referenziale. Il protagonista finisce per essere un viaggiatore fuori tempo e fuori luogo, come nel componimento di apertura Disneyland: «Tra guerre di soldatini / scontri di macchinine / un Pluto di pelouche mi azzannò / e affatato fui nella faglia d'infanzia: / Disneyland, che lontana utopia / che miraggio della fantasia! [...] Pellegrino vagante / sui ritagli del bimbo che fui / tra paffutelli pupi stars and stripes / scorgo l'adulto disagio /degli altri fuori tempo: / cigli offuschi, piagati sorrisi / di fallite infanzie / inadatte a giungere in orario /sulle sincronie del cuore». Né maggiore può essere la sintonia con la civiltà precolombiana di Teothiuacan, dove «Come in stazioni di via crucis / i venditori pazientano confitti / su gradoni di piramide», in un turbinare di epoche e di religioni. I versi «Finiti per sbaglio / nel locale giusto» potrebbero perciò essere assunti come emblema del viaggio. Il Secondo movimento presenta per ben tre volte l'arduo sistema metrico della sestina dantesca e petrarchesca, che con lo schema obbligato delle parole-rima costringe il poeta a fare i salti mortali per non ripetersi, e per di più all'ultima è affidato il compito di chiudere il discorso su un tono alto. Tavernati si inserisce autorevolmente in una tradizione anche novecentesca, che va da Ungaretti a Fortini ad Alessandro Fo, dominando agevolmente la struttura e permettendosi soltanto la sprezzatura di qualche accento irregolare all'interno dell'endecasillabo, in particolare di quinta o di terza e settima anziché di quarta e settima. È comprensibile che nelle sestine, così legate al nostro glorioso passato letterario, la veste linguistica muti diventando perfettamente omogenea nella serrata lotta tra segno e senso. Nel Secondo movimento si trova inoltre la poesia eponima, la quale rimanda in primo luogo al ritmo della vita «nel rombo del sangue»; ma «Irridente il corpo sfugge» verso la decandenza e la malattia, e al battito salutare dei tamburi si unisce, con un correlativo oggettivo fortemente negativo, «un refrain / come di fiamma ossidrica / di forno acceso. / A mondo si rigioca l'ultima volta / poi la controcassa di zinco si salda / la pira liberatoria si sfalda», che sono immagini di morte ma non senza una sorta di allegria di naufragi. Tra i non pochi esiti convincenti porrei Senzatetto. Dopo l'ironica invocazione iniziale alla musa, l'inestricabile miscuglio di repulsione e di pietà, l'allusione alla carità attiva di san Martino, la successiva incapacità ad agire finisce per ritorcersi come al solito contro un io che nella sua inettitudine si riduce all'insensibilità, perfino incapace di esprimersi: «Or confortami, / musa degli incamminati. / Shock da tomba mi prende / al cospetto d'homeless / nel cubo di cartone confinato [...]. / Mi si dia ora una spada / e un mantello / da tagliar di netto, / da cedergli tutto [...]. / Povero di spirito / d'empietà accusatemi. / Tangente al girone dei derelitti / naufrago sulla nave dei folli / ma da troppe remore oppresso / non so far mio il dono del domandare [...]. / La mano vi tendo / voi l'elemosina fatemi / del netto, del puro. / Ma niente: [...] / indietro torno, ottuso vi scarto. / Non so tentare il salto / tra me e me borbotto / e ronfo».

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