Cinzia Demi recensisce "Tamburi" di Andrea Tavernati

12/06/2016

 

 

Pubblichiamo le parole e il commento di Cinzia Demi ad Andrea Tavernati e alla sua ultima opera Tamburi, edita per Gatto Merlino.

 

Conosco Andrea Tavernati da poco tempo ma tanto mi è bastato per comprendere la natura di questo autore, la passione che mette in ogni cosa che fa, l’attenzione e il profondo rispetto per il lavoro poetico suo e degli altri. Doti rarissime in una modernità dove l’arroganza e la superficialità travalicano di gran lunga i buoni sentimenti e i valori che fanno parte anche di quella sana dimensione poetica che è sempre in cerca della verità e della conservazione della bellezza. Tavernati si presenta al suo pubblico con questa nuova raccolta, dal titolo Tamburi, titolo quanto mai emblematico, che mette in scena una sorta di visione antropologica di contenuti e musicalità del verso, che riporta il pensiero alle origine, proprio laddove è nata anche la poesia.
 

 

Tamburi

 

Quando ho ricevuto il libro Tamburi di Andrea Tavernati, così, a pelle, ho subito pensato a un lavoro che avesse a che vedere con l’antropologia, con lo studio delle tradizioni e dei riti di popoli che utilizzano questo strumento per scandire suoni ed emozioni, con tempi e un sentire forse non sempre consonante con il nostro. In realtà il lavoro di questo autore si spinge ben oltre e, certo utilizzando la cadenza roboante dell’oggetto nominato nel titolo, ci introduce – con passaggi intensi nello scorrere delle pagine – in sezioni che, richiamando proprio quel ritmo musicale, ci permettono di confrontarci con un Primo movimento laddove l’equilibrio sempre instabile dell’anima poetica tende a riordinare il perenne ossimoro degli armonici contrari, e a ricostruire la narrazione degli affetti che nostalgicamente tornano, anch'essi in una visione martellante, certo per la paura della dimenticanza, della perdita, dell’assenza. Visione in cui non manca un passaggio sull’amore che, attraverso lo sguardo, permette all’autore di recuperare l’energia necessaria a continuare la sua strada. In Americhe (Interludio) Tavernati sperimenta la dimensione geografica della poesia, portandoci le voci e le immagini del viaggio compiuto, restituendoci le problematiche di popoli che hanno nel loro DNA musica e povertà, vacillano sotto il peso delle differenze/indifferenze col/del resto del mondo. Ed è una poesia che racconta e che soffre, che ferisce e denuncia, che acchiappa le redini dell’eterno conflitto d’interessi tra i poli opposti del mondo. Anche questo è il compito del poeta, che sa fare esperienza poetica di ciò che come esperienza vive, sente, a volte subisce. Infine, nella terza parte, Secondo movimento assistiamo a una ripresa dei temi più esistenziali, più introspettivi, come se ai due estremi del lavoro - laddove il centro è dato da un fondante nucleo di poesie civili - l’autore sentisse premere la necessità di tessere una trama che lo coinvolge negli interrogativi più esigenti per i quali, spesso, non si trovano risposte: il futuro dell’Universo tutto, l’importanza di ciò che conta veramente, la disperazione per il raggiungimento di una sorta di rassegnazione, di impossibilità a reagire perché le cose accadano.

Meno male che Tavernati chiude il libro con una poetica della speranza, con una voglia di rinascita perché la poesia possa servire almeno a questo. Non tutto il male viene per nuocere, e al poeta spetta il compito di illuminare gli spazi bui, di creare un’immagine – come quella finale e memorabile: Non conosco questa terra nuova./Ma poi, al chiuso,/da ogni lato,/i fiori/si apriranno.

 

 

Alcuni testi da: Tamburi

 

Nascita

 

Secco mi chiama

l’imperioso soprassalto

del corpo inatteso

sul muro del suono.

Vibra odioso

come tendine reciso.

Dormivo sotto il sudario.

Al punto di svolta preciso

laceratasi piano piano

la tela mi cede

stupito

alla luce risorta.

 

*****

 

Antenati

 

Quanti lasciati andare

davvero sono partiti.

La traversata scansa gli affogati

in un gorgo d’occhi di triglia.

Dubitano le nere pupille

l’arte del nuotatore

sanno dove cadono i gravi

che non so perdere gli avi.

Quanto pesca la chiglia

tra decrepiti lari,

la corrente a galla

indulgente li rinviene.

 

Il post è stato pubblicato originariamente sul blog letterario Narrabilando.

 

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