Andrea Tavernati recensisce "La pazienza dell'inverno" di Alessandra Paganardi

08/01/2016

Alessandra Paganardi, vincitrice dell’edizione 2016 del Premio Internazionale di Poesia Europa in Versi per la sezione poesia inedita, ha pubblicato la sua ultima silloge poetica, La pazienza dell’inverno, nel 2013 per PuntoaCapo: proponiamo, di seguito, la recensione all'opera a cura di Andrea Tavernati.

 

L’inizio di questo libro ricorda l’attacco della terza sinfonia di Beethoven, due accordi  a piena orchestra, paragonati dai critici a due violenti pugni sulla tavola, con i quali il musicista di Bonn si sbarazza della classica introduzione lenta per entrare direttamente in medias res.  Alessandra Paganardi esordisce subito con un paesaggio aspro, petroso, frastagliato, una cava dalla quale occorrerebbe trarre le forme e che invece è la presa d’atto di una mancanza di contiguità di piani tra le cose e la percezione umana. Il “salto” di cui si parla già nel primo verso, e che, nei componimenti successivi, si fa negazione e dubbio, attraversando tutta la prima sezione, Farsi altro. Un salto contrastato, peraltro, da una ricerca di definizione, quella di spazi e momenti improbabili, “lo scambio necessario e condiviso tra acqua e sabbia”, o di tempi lontani e per ciò stesso sfuggenti: “ritornare con la mente sopra un banco di scuola”. E d’altro canto, il grande fabbricatore dell’altro, il massimo creatore di confini è proprio il tempo, che trova la sua nemesi nella figura oggettivata e quasi omofona del vento, il grande conquistatore che induce al cambiamento.

Poesia che nasce spesso da situazioni, momenti, ambienti, fotografie mentali che sono pniccole provocazioni nella ricerca di un ordine in quello che stiamo vivendo, quello che stiamo vedendo. Perché la sensazione è che questa logica ci sia, e che se non è  proprio quella più ovvia o apparente, non è poi nemmeno tanto lontano da non poter essere raggiunta. Solo che è un po’ spostata rispetto ai nostri sensi e allora il lavoro per recuperarla è davvero grande: “ricordare...” per esempio, “...è sapere...che eravamo di là nell’altra stanza per una distrazione.” “Specchiarsi...” no “...lo specchio non può somigliare a niente di vivo”. Ritrarre può essere utile, se il ritratto riassume e interpreta, meglio ancora seguire il solco per ritrovare il seme. Ma se c’è qualcosa che ancora, se ben usata, tiene insieme tutte le azioni, è la parola, parola per distinguersi da altre parole, quelle “color di ruggine, senza pietra né sole” cui contrapporre, piuttosto, i suoni e i rumori veri, quelli piccoli e semplici delle cose.

Ma la parola, quella giusta, viene sempre da dentro, perché, se è  accolta dall’animo del poeta, vi affonda  e ritorna autentica, sa rivivere con  tutte le sue luci e le sue ombre. È l’unica cosa che sa definire quei passaggi, quei confini superati, che il tempo mastica continuamente, dal passato al presente, dal giorno alla notte, da una cosa –un mare, un cielo – a un altro che è ancora quella cosa, ma non è più la stessa. Comprese le stagioni. Loro lo sanno, però. Gli inverni non hanno la fretta di arrivare a febbraio per annunciare la primavera. Sanno avere pazienza perché sono necessari, tanto quanto le estati  e “se sarà un’attesa gentile...non sarà più dolore”.

All’interno di questa poesia il movimento tra percezione, pensiero, emozione trascorre incessantemente dall’uno all’altro polo, con una estrema densità, senza concedersi nessun conforto, perché sarebbe troppo facile; al fondo la condizione umana rimane comunque incomprensibile. Al contempo proprio questo movimento incessante crea dei cortocircuiti  di stupore per una forma particolare di  bellezza che s’insinua fra le pieghe del dire: la capacità, tutta umana, di collegare fra loro ciò che accade creando immagini che, per un attimo, sembrano sospenderlo, il tempo, aprendoci alla comprensione di essere “il mistero più strano”, “né centro né periferia”, ma pronti a lanciare ancora richiami, anche se nessuno ci risponde.

LA PAZIENZA DELL’INVERNO, quarta raccolta di Alessandra Paganardi, propone una poesia che rifugge dal minimalismo  e dalla narratività  presente in tanta produzione contemporanea, per offrire una domanda più radicale e ontologica del classico: “in che razza di mondo viviamo?”. La domanda che si pone è piuttosto: “che senso ha far parte di questo essere che è il mondo?”. Poesia filosofica, quindi, che fa finta di non esserlo, poiché il mondo con tutti i suoi fenomeni è un dato di partenza sempre ben presente. Il linguaggio ne squarcia il velo, ma sempre dopo una breve colluttazione che produce l’esito di una delle voci più originali e solide di questi anni, dotata di una musicalità e di un afflato poetico che non ha paura di utilizzare tutti gli strumenti dell’armamentario classico per dire del buio e della luce che abbiamo dentro.

 

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