"Incontri e Agguati": Andrea Tavernati recensisce Milo De Angelis

05/23/2016

Pubblichiamo la recensione di Andrea Tavernati alla nuova raccolta poetica di Milo De Angelis "Incontri e Agguati", edita da Mondadori.

 

La sensazione che resta come una lunga risonanza dopo aver letto l’ultima opera poetica di Milo De Angelis – Incontri e agguati, Mondadori, Lo Specchio-  è quella di aver assistito ad una altrettanto lunga colluttazione con un avversario che, subito identificato fin dal testo di apertura della silloge (“Questa morte è un’officina / ci lavoro da anni e anni/...”) accompagna il lettore, e il poeta, fino all’ultimo (“...un disegno / di salvezza, forse, o un’esecuzione.”). Una lotta che è soprattutto un rapporto contrastato, ma non respinto, uno dei molti prediletti in tutta la carriera poetica di Milo De Angelis, e qui affermato ossessivamente fin dai brevi testi della prima delle tre sezioni che compongono l’opera, Guerra di trincea. Il poeta prende per mano il lettore e lo accompagna (“...vieni, amico mio, ti faccio vedere,/ ti racconto./”) in una storia personale fatta di trattative, di tregue, di ripresa delle ostilità: un panorama militare e quasi cavalleresco, nel quale la morte è una lei e poi un tu, è dapprima silenziosa e poi attore come in una sacra rappresentazione, diventando sempre più parte integrante della vita stessa, una presenza sottotraccia della quale non solo non si può, ma forse non si vuole fare a meno, in questo “immobile trasloco” che è l’ossimoro dell’esistenza.

Il tema sembra mutare nella sezione centrale del libro, che dà titolo a tutta la raccolta,nella quale ogni testo è il ricordo di una persona che ha segnato, per un momento o una stagione,la vita del poeta. Ma se l’incipit di questa seconda parte è offerto dalla conclusione della prima,che definisce il poeta stesso: “...sono un povero fiore di fiume/ che si è aggrappato alla poesia”,ecco che qui la funzione del verso  sembra essere quella di accendere l’interruttore della polarità ricordo-dimenticanza, attraverso episodi nei quali spesso la vita è osservata dal punto di vista dal suo esito più estremo, sia ancora la morte o un “finire male”,in cui tuttavia una pur flebile forma di riscatto è ancora possibile proprio attraverso il ricordo, e la poesia del ricordo, che cristallizza una bellezza nascosta, ma senza tempo: I frutti/ restano dentro e bruciano segreti/ in un tempo lontano dalla luce,/ in una giostra di libellule o in un sasso./ Il frammento, isolato e colto al volo come in un ideale scatto fotografico, assume un valore assoluto, la forza di una caparbia persistenza emotiva.

Alta sorveglianza, terza e ultima parte della raccolta, a sua volta divisa in tre brevi stazioni, è una sorta di poemetto in cui il percorso del “contrasto” con la morte, dapprima attraverso l’Io e poi  modulato negli altri attraverso l’io, si conclude qui con l’Altro nella sua dimensione più enigmatica e meno filtrata. Un Altro che è luogo separato, ma appena al di là di un limite facilmente superabile (“Ma le mura le avevamo già dentro/ le notti curvilinee ci tornavano addosso/...”). La morte non è più categoria ontologica, realtà universale e collettiva, ma caso specifico e colpa, volontà e incomprensibilità, attraverso la descrizione di un episodio reale, desunto dall’esperienza del poeta come insegnante in un carcere di massima sicurezza. La voce si sdoppia e si specchia nella voce dell’assassino e “...il dolore che perfora il ferro dei nostri/ quattro punti cardinali/...” prevale su tutto. Se c’è qualcosa che rimane (“In carcere bisogna parlare/ lo sanno anche i taciturni come te/) è il verbo, o meglio il nome, come dicono le splendide strofe finali del poemetto. Nomi dell’assassino e dell’assassinata, di chi ricorda e di chi ha il diritto di essere ricordato, perché nel nome puro da urlare e salvare, che emerge da una frastagliatura di stridenti immagini di natura (...una follia di tulipani...un tremore di pernici...cantico del grande zafferano) ci può essere ancora la nostra alba, forse non necessariamente positiva (salvezza? Esecuzione?) ma certo una compiutezza, una storia che si ha vissuto e che a modo suo è poesia perché è umana.

Se si immagina di leggere questi testi con la voce prospettica e architettonica del poeta o di farsi guidare dallo sguardo profondo che ci invita dalla quarta di copertina, ci si addentra sempre di più in una colloquialità avvolgente, nella quale un tu che è il lettore, che sono i personaggi via via evocati nella seconda sezione – e che solo nella terza tende a diventare “noi”- è sempre presente. Un dialogo stringente, senza fronzoli, che provoca su temi essenziali, ma che non rinuncia a folgorarci con immagini indimenticabili: [lamorte]...”diventava giallore e numero fisso/ era il respiro e l’artiglio nel respiro/ un’ora murata/ galleggiava nel fradiciume della vasca.” “Sarai la crepa stessa/ delle tue frasi, una recidiva,/ una voce deportata, l’unica voce/ che non si rigenera morendo.”

Una poesia quanto mai antiretorica e antilirica,dal ritmo costante, che alterna versi lunghi e brevi ubbidendo solo alle ragioni interne del singolo componimento, ma che pure riesce a far risuonare corde fortemente emotive, suscitando molti interrogativi sul senso della nostra sbandierata “umanità” senza pretendere di dare risposte, se non forse un’avvertenza: che il “dolce niente... del puro suono” e il “cupo niente dell’esilio”...”voi siete la stessa cosa per sempre”.

A chiusura di libro viene da chiedersi se questa sia la poesia di questo tempo che stiamo attraversando, se non sia una risposta alla domanda se possa esserci ancora poesia, non tanto sui nostri fogli bianchi, quanto nelle nostre vite, tra la confusione e il dolore di un mondo che se ne va e un altro che chissà come sarà (ma per ora fa paura). Ed ecco una poesia che non parla direttamente di tutte queste cose, che è come un canto a bocca chiusa – e pur sempre un canto- ma ci riporta ad una riflessione, laicissima e intensamente partecipata, sulle ultime cose, che, come si sa, sono anche le prime. “Solo quelli che vanno all’ultimo confine, passano il limite”, diceva Dostoevskij. Forse il poeta ci sta anche dicendo che ci sono dei percorsi da fare per arrivare dall’altra parte, a cui non ci si può e non ci si deve sottrarre, e ognuno ha il suo, che un po’ si vuole e un po’ si subisce, tutti vittime e carnefici di noi stessi, ed è proprio questo percorso, quel dolce e cupo niente insieme che ci regala l’”… impercettibile/ sorriso che un uomo offre/ al mondo prima di sparire.”

 

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