Giovanni Tesio introduce EIV 2016

04/12/2016

Pubblichiamo l'introduzione al Festival Internazionale di Poesia Europa in Versi 2016 curata da Giovanni Tesio. 

 

 

I libri ti vengono incontro. Da quando so da Laura Garavaglia che il tema di Europa in versi – quest’anno – è Poesia e arte, non faccio altro che trovare libri che me ne parlano. Non perché io li cerchi, ma perché sono loro a cercarmi. E ogni volta è un soprassalto di gioia, sicuro “aumento di vitalità”. Faccio soltanto due esempi per tutti, ma potrei farne, di esempi, ben di più.

Leggo un volumone che s’intitola Le amate stanze (ne è autrice Carla Forno) e incontro case e stanze di poeti, di musicisti, di scrittori, per i quali l’esperienza pittorica è stata una costante e – estendendo il campo – l’esperienza visiva è stata il sestante. L’importanza della pittura per Goethe, il suo impegno pittorico, la sua insoddisfazione che lo spinge ad approfondire e ad allenare l’occhio e la mano (del resto sempre in Goethe “botanica, giardinaggio, architettura, arti figurative si intrecciano senza soluzione di continuità”, come la Forno nota, Ariccia, Aracne, 2015, p. 120). Ma poi, nello stesso libro, scopro il cahier de voyage di Andersen, goethianamente ricco di schizzi, ripassati in un secondo tempo a china e a sanguigna. E altro ancora potrei prelevare e suggerire. E intanto penso a un intervento di Italo Calvino (compreso in Collezione di sabbia, Milano, Mondadori, 1990), intitolato Scrittori che disegnano. Calvino che parte appunto dal Romanticismo e dall’aspirazione novalisiana dell’“opera d’arte totale” in una carrellata che passa per Victor Hugo, per Merimée, Alfred de Vigny, Gautier, George Sand, Baudelaire, Coppée etc..

Quasi contemporaneamente alle suggestioni del libro della Forno e dell’articolo di Calvino, leggo un volumetto, che s’intitola Leopardi a Trieste con Virgilio Giotti, a cura di Anna De Simone, e fin dal primo capitolo, vedo il primo paragrafo, La  Scuola di Pittura: perché Giotti – poeta che non è Goethe, ma che di Goethe ha la classica lindura di un ben “ionico” (saffico) dittare – a Trieste aveva frequentato “la sezione di pittura della Scuola Industriale”, cui aveva deciso di iscriversi “perché, come suo padre”, amava molto il disegno e avrebbe voluto dipingere (Novara, Interlinea, 2015, p. 17).

Va da sé che gli esempi si potrebbero moltiplicare e nomi se ne potrebbero fare a iosa. Per me, che non frequento se non parcamente google, prezioso è stato – da sempre, per altro – il catalogo Scheiwiller, messo insieme con grande precisione e dedizione da Cecilia Gibellini. Perché? Perché qui trovo tanti nomi di artisti poeti e di poeti artisti in un incrocio che apre mondi, perché ci avvisa della direttività di tutte le nostre categorie inclusive o esclusive. Se c’è qualcosa che – lo possiamo ben dire – possa aprire mondi, questa è la porta che mette in relazione le frontiere, le intreccia, le interseca, ne abbatte i recinti, gli steccati. E questo – simbolicamente – vale molto di più che per l’esercizio di un’arte singola: vale nella vita, vale per la vita.

E poi chi non sa di Montale? Chi non di Pasolini? E potrei continuare: di Comisso, di Buzzati, di Delfini, di Morovich, di Moravia, di Parise, di Zanzotto, di Savinio, di Zavattini? Chi non sa quanta pittura ci sia alla radice di tanta scrittura? Come non ricordare – anche solo attingendo a un bacino tutto novecentesco che dico cronologicamente alla rinfusa – che Umberto Bellintani fu scultore e pittore, che Carlo Levi fu sempre pittore e scrittore, che Lalla Romano fu prima pittrice che scrittrice, e pittrice sempre, proprio come scrittrice? Che Sebastiano Vassalli fu pittore anche lui, prima che scrittore, e poi – sia pure in forma privata – pittore interstiziale e desultorio?

Ma il punto non è evidentemente quello della quantità, a cui ognuno di noi potrebbe sempre apportare un qualche aggiornamento in una lista che resta apertissima. Il punto vero è il punto di vista: quello che nasce dalla natura dell’immagine, se è vero che da lì scaturisce ogni possibilità. Semplificando molto (perché ben so che non è letteralmente così se molti poeti hanno attestato la nascita della loro poesia a partire da un suono che la precede: Mandel’stam…), potrei dire che la musica è un punto d’arrivo (pensare alle poetiche simboliste) e l’immagine un punto di partenza? Che l’una è costitutiva, e l’altra più suggerente e suggestiva? O si potrà meglio parlare di fono-iconismo (che potremmo rovesciare in ico-fonismo, musica che dà o che è già immagine; immagine che è già, di per sé, musica)? Varrà la pena di rifletterci ancora.

Naturalmente possiamo attingere dal pozzo più aneddotico, meno genetico. Michelangelo, le Vite del Vasari, la Vita del Cellini scritta “per lui medesimo”, arte che si fa scrittura, senza contare l’esercizio, così poetico, delle ekphrasis, eleganti esercizi di traduzione di quadri in scrittura. La rappresentazione verbale del mondo implica una massiccia dose di figurazione, ma ciò che più conta non è poi tanto la “quantità” quanto – invece – l’intensità genetica della figura o anche dell’astrazione che pure sembrerebbe annullare il senso. Calvino è stato studiato tantissimo e non a caso la “visibilità” è una delle sue Lezioni americane. Ma come non ricordare Diderot che rinnova l’ekphrasis fino a dire (Salon del 1761) nei suoi Essais sur la peinture (e traduco): “”Son pittore anch’io”. Per non dire del volume sontuoso, Écrire la peinture. De Diderot à Quignard (Paris, Edition Cittadelles & Mazenod, 2009) che mette in conto una lunghissima tradizione, in cui – a partire appunto da Diderot, ma facendo gran tappa in Baudelaire (di cui, Salons a parte, basterebbe la fleur dei Phares a dire l’importanza) – si arriva a Bataille, Michaud, Ponge, Bonnefoy, Jacottet, Perec, e Quignard, che qui, sorprendentemente ma non a caso, “demonizza” la musica.

Nomi che potremmo mettere in lista, fino alla vertigine? I grandi e grandissimi del passato, i grandi dell’età di mezzo e della nostra età (se solo penso al diario di un pittore così decisivo – naturalmente saltabecco – come Delacroix, da cui, non a caso, una scrittrice come Lalla Romano trasse alcuni dei suoi punti più fermi e congeniali. Ancora lei, nel libro forse più “comprensivo” della sua poetica, includere una sezione, intitolata Io e l’immagine).

Perché è fondamentalmente questo il punto, conclusivo di tutto un (sintetico) ragionamento intorno alla fotografia, nel caso specifico del padre: “Voglio dire che l’importanza di quelle foto non è dovuta tanto alla raffigurazione del gusto di un’epoca, e nemmeno alla sensibilità visiva del fotografo, ma consiste nella contemplazione della natura e nell’intuizione dei destini da parte della coscienza di un uomo. Lo dimostrano la scelta dei soggetti, il rispetto e l’ironia sulla vita. Come appunto avviene in un’opera letteraria, nella poesia. Per me, dunque, le immagini, accompagnate o meno da un testo scritto che le commenti, appartengono alla parola” (Un sogno del Nord, Torino, Einaudi, 1989, pp. 222-223). Quanta pittura (arte) –  lasciatemi ancora sottolineare per campioni di un canone, so bene, un po’ troppo parziale, ma spero non troppo capriccioso o peregrino – in Yves Bonnefoy? La civiltà delle immagini, Lo sguardo per iscritto…

Tra le più puntuali, in questa direzione, la “nostra” Antonella Anedda, che dichiara: “Ho fatto come i topi, ho rosicchiato libri e quadri” (Bonifacio, notte, in Ead., La luce delle cose, Milano, Feltrinelli, 2000, p. 9). E basterebbe leggerne una pagina – la prima pagina – per capire il commercio di un’anima (si può ancora dire?) sul cammino dell’enigma. State però a sentire con quanta discrezione: “In russo mentire non significa esattamente ingannare, ma dire cose superflue. Non voglio mentire, ma attraversare la realtà di ciò che ho letto e visto. Senza presunzione: amare un libro o un quadro non è il privilegio di una bellezza dell’anima, ma un amore fra i tanti, che le circostanze ci consegnano. Senza gerarchia: il paesaggio dal treno e i cipressi di Piero della Francesca, un verso di Giacomo Noventa e il grido mattutino di una donna da un’altana a Venezia. Senza enfasi: con la lingua che possiedo, lingua scritta, ma solo per dare realtà alle cose, lingua scritta non per conservare, ma per condividere”. State a sentirne la traduzione in poesia: “Procedo – è ovvio, morente – riempiendomi di cose./ Invecchiando mi riempio di immagini […]” (da Giusi Maria Reale, Il volo del cinghiale e del corvo, come saggio introduttivo a A. Anedda, Cori, in “Altro Verso”, Campobasso, quaderno speciale n. 2, giugno 2005, p. 23).

Ecco qua. La poesia – vecchi o giovani che siamo – in una sintesi estrema che vale quasi un’epigrafe, con cui mi piace finire. La poesia? Un pieno di immagini. Cui io aggiungo: che si fanno suono.

 

 

Books come swarming towards you. Since I heard from Laura Garavaglia that the theme of Europa in Versi this year is Poetry and art, I've come across books and books on the subject. Not because I've been looking for them, rather because they 've been looking for me. And whenever I bump into one of them, my heart leaps up with joy, generating an "increase in vitality". I'm only going to provide a couple of examples, though I may mention many more.

While flicking through a thick book under the title The Beloved Rooms (authored by Carla Forno), I read about the houses and rooms of poets, musicians and writers, to whom the pictorial experience was a constant and, by extension, a sextant. The importance Goethe attached to painting, his pictorial engagement, his dissatisfaction with his own performance encouraged him to educate and train both eye and hand (after all to Goethe botany, gardening, architecture and the visual arts continuously intertwine, as Forno points out, Ariccia, Aracne, 2015, p. 120). Then, in the same book, I discovered Andersen's cahier de voyage, like Goethe's own rich in sketches, later fleshed out in ink and sanguine. And I could mention many more examples.

But then – almost immediately – I happened to take up a thin volume, Leopardi in Trieste with Virgilio Giotti, edited by Anna De Simone, and in the very first chapter I read the section The School of Painting: Giotti – no Goethe, though a poet sharing with Goethe the classical neatness of an "ionic" (Sapphic) style – attended "the painting section of the Industrial School" in Trieste because, "like his father", he was enamoured with drawing and he would like to paint (Novara, Interlinea, 2015, p. 17).

Clearly enough, examples teem and names of poet-artists abound. To me, who am an occasional google user, the Scheiwiller catalogue has always been a precious tool, edited with great care by Cecilia Gibellini. Why this? Because here I find so many names of poet artists and artist poets at a crossroads which opens up worlds as it points in the direction of the directive nature of all human categories, whether inclusive or exclusive. If there is anything that can open up worlds – we can well say that – it is the door that connects frontiers, intertwines them, intersects them, throws down all fences and railings. And this – symbolically – applies primarily to life, more than to the practice of a single art: it is true in life, it is true for life.

And who knows nothing of Montale? Who ignores Pasolini? Who overlooks how much painting underlies so much writing? We cannot forget – just to name a few examples from the 20th century – that Umberto Bellintani was both a sculptor and a painter, that Carlo Levi was both a painter and a writer, that Lalla Romano was first a painter then a writer, and remained both all through her life, that Sebastiano Vassalli was a painter before turning to writing and that he remained an occasional painter, though in private?

The point, however, is not one of quantity as every one of us would be able to add a name to an iherently open list. The real point is the point of view: the point of view that springs from the nature of an image, which is where all possibilities originate. Simplifying things to an extreme (well knowing that things are slightly more complicated than this if so many poets testified to the origin of their verse from a sound preceding it: Mandel’stam…), I may say that music is a point of arrival (as held by Symbolist poets) yet images are a point of departure. I may add that one is constitutive, while the other is more suggestive. It is probably not by chance that musicality may prosaically contradict itself up to the sacrifice of dissonance, while images never contradict themselves (and I'm thinking of the image-poem by Pavese, but I could also refer to the origins of our poetry: Provençal, Sicilian, Tuscan poets, above all the poets of “Dolce stil nuovo”: Tanto gentile e tanto onesta pare: appears to be, looks…). 

Obviously, we can draw from the well of anecdotes rather than history:  Michelangelo, Vasari's Lives, Cellini's Life, written “for his own benefit”, art turning into writing, not to mention the intensely poetical practice of ekphrasis, elegant exercises consisting in translating pictures into writing. Yet how many names could we list, on and on without end till we felt giddy? The towering names of the past, the big names of the "middle" age and those of our own era (I may mention, once and for all, the diary of such a decisive though naturally bouyant painter as Delacroix, who most strikingly inspired an impressive writer like Lalla Romano, who in her probably most "comprehensive" book includes a section under the title Images and Me).

Indeed, this is the whole point, winding up a (synthetic) reasoning about photography, more precisely on the father's photo: “What I mean is that the importance attached to those photos is not so much due to the representation of the taste of an epoch, not even to the visual sensibility of the photographer, rather it consists in the contemplation of nature and the intuition of fate by a human consciousness. Evidence of this can be found in the choice of subjects and in the respectful irony on life. This is exactly what happens in a literary work, in poetry. To me images, whether or not accompanied by a commenting text, belong to words" (A Dream of the North, Torino, Einaudi, 1989, pp. 222-223). How much painting (art) can be found – let me again mention a few samples of a partial yet not over capricious canon – in Yves Bonnefoy? The Civilaztion of Images, the Written Glance…

Among the most unshakable posts pointing in this direction, Antonella Anedda declares: “I did as mice do: I nibbled at books and paintings” (Bonifacio, Night, in Ead., The Light of Things, Milano, Feltrinelli, 2000, p. 9). It would suffice to read a page – the first page – to capture the progess of a soul (shall we say so?) on the way to mystery. Though hark how discreetly she explains: “In Russian lying does not exactly mean saying untrue things: it means saying irrelevant things. I don't mean to lie: I mean to see through the truth of what I read and saw. Without presumptions: loving a book or a painting is not the privilege of a soul's beauty. It is rather one love among the many that circumstances entrust us with. Without hierarchies: the landscape from a train and Piero della Francesca's cypresses, a line by Giacomo Noventa and the morning cry of a Venetian woman from her balcony. Without emphasis: with the language I own, a language written with a view to shaping things,  not aiming to preserve, rather aiming to share". Listen to its translation into verse:   “I proceed – towards death, sure enough – filling myself with things./ Growing old, I fill myself with images […]” (from Giusi Maria Reale, The Flight of the Boar and the Raven, introductory essay prefacing A. Anedda, Choruses, in “Other line”, Campobasso, special notebook n. 2, June 2005, p. 23).

Here it is: poetry – whether with old or young poets – is an extreme synthesis functioning as an epigraph with which I'd like to conclude. Poetry? A tankful of images…

 

 

 

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