Il poeta Michael Harlow (Nuova Zelanda) il 30 aprile al Festival Internazionale di Poesia Europa in Versi

02/13/2016

I poeti leggono i poeti: pubblichiamo la presentazione a cura di Andrea Tavernati del poeta neozelandese Michael Harlow, che parteciperà al Festival Internazionale di Poesia Europa in Versi. 

 

MICHAEL HARLOW

 

Certo ci vuole un bel coraggio per mettere al centro della propria poetica un’affermazione come:“rischiare la gioia”, soprattutto oggi. Eppure infischiandosene tranquillamente di correnti ed accademie, da sempre Michael Harlow segue il proprio istinto letterario con infallibile coerenza e la precisione di un ricercatore che fissa sulla carta precise interpretazioni di momenti della vita, che forse, altrimenti, andrebbero perduti.

Con una nonchalance che gli si può perdonare solo perché gli viene così naturale, Michael Harlow ci ostina a farci vedere la realtà da punti di vista nuovi, sorprendenti, a volte estremamente ravvicinati, a volte come guardando attraverso un cannocchiale rovesciato. A volte ci fa scoprire che gli oggetti potrebbero non essere così come sembrano, a volte ci fa scoprire che quello che abbiamo dentro non è quello di cui siamo così pervicacemente convinti. Ma quando c’è di mezzo il mistero dell’essere umano ne parla sempre con una partecipazione ed un rispetto davvero commoventi. Non nel senso patetico della parola, ma nel senso etimologico: ci spinge a muoverci insieme a lui verso la scoperta della profondità di un profilo umano, magari ignoto anche a quella stessa persona che lui tratteggia con tanto acume in pochi sfolgoranti versi.

In questo è certamente aiutato non solo dalla sua straordinaria padronanza della lingua inglese,  che frequenta tanto come scrittore quanto come editore, ma anche dal suo lavoro come  terapeuta junghiano a Central Otago, Alexandra, in Nuova Zelanda, dove vive. Questo ci avvicina anche alle ragioni di una poesia che esplora sempre una dimensione altra, non necessariamente l’unica possibile, ma certamente una realtà plausibile, che Harlow indica al lettore attraverso lo strumento della narrazione, declinata in tutte le sue potenzialità, senza esclusione di colpi: utilizzando volta per volta la metafora, l’apologo, il flash-back, l’evocazione della memoria e perfino l’allegoria, il poeta costruisce una mitologia personale volta a scoprire il lato più misterioso e affascinante del mondo e delle cose. Si badi, parliamo per lo più di piccole cose, di esperienze comuni, talvolta le più “prosaiche” che si possano immaginare, che riempiono la quotidianità: ma Harlow, con pochi magici tocchi, è in grado di farle rivivere con la stessa profondità di chiaroscuri che si può ritrovare nel quadro di un Savoldo o di un Lorenzo Lotto. Non di un Caravaggio, però, perché ogni eccesso di drammaticità è stemperato in uno sguardo partecipe, anche quando seriamente critico, nel quale prevale lo stupore per il caleidoscopio della complessità e per la gioia di attraversarla tutta. Una gioia, che comporta sempre un rischio, quello di perdersi. Mentre il compito del poeta sembra proprio essere quello di cantare con le parole, e quando si riesce a “cantare con le parole” si può riuscire anche a “dire tutto del mondo”, almeno di quando in quando, come dice Harlow in una bellissima poesia. Insomma, è un rischio che vale proprio la pena di correre.

E se Michael Harlow, nato negli Stati Uniti nel 1937 da padre greco e madre ucraina ha viaggiato molto in Europa, ha scritto sceneggiature, ha collaborato con musicisti e registi, è stato redattore di riviste di poesia e ha pubblicato dieci libri,  tra i quali L’elefante di Giotto (Finalista al Premio Nazionale di libri di Poesia 1991), La figlia di Cassandra ((AUP, 2005, 2006), e  Il cappello blu del conducente del tram (AUP), mentre il suo  Corri il rischio, fidati della tua lingua, crea una poesia, autentico credo nella missione della poesia, è stato premiato con il PEN – Miglior primo libro di prosa nel 1986, non si può dire che un solo frammento della sua esperienza non si sia riversata  tanto nelle sue liriche quanto nei suoi poemi in prosa, coagulando un  immaginario  che cerca il suo linguaggio migliore per dire qualcosa della stranezza curiosa e surreale del quotidiano. Poesie che attraverso i mondi dell'arte, il circo, teatro e i sogni guardano dietro lo specchio per capire com’è che siamo così misteriosi per gli altri e per noi stessi; perché se c’è una possibilità di chiarezza questa risiede nella natura e nelle modalità delle domande, piuttosto che nelle risposte date. Così nella poesia di Harlow il mondo diventa scrittura e la lingua è lo strumento per leggerlo. Una blanda ironia prevale su tutto, come una profondità che riesce  a parlare in modo nuovo, e con accenti altissimi, anche di un tema abusato come l’amore.

La vastissima cultura dell’autore rifluisce nei versi con una leggerezza sorprendente, come se le parole e le idee si attraessero le une alle altre per uno speciale magnetismo intrinseco, senza preoccuparsi di accostare le reminescenze della poesia nordamericana alle citazioni dei filosofi della Grecia classica, gli stilemi della poesia elisabettiana e quelli dei prosatori del XIX secolo. Il risultato è quello di una poesia sempre estremamente godibile, che istituisce con il lettore un rapporto colloquiale, come se si parlasse a quattr’occhi, con un bicchiere in mano e davanti ad un camino scoppiettante: quali che siano i grandi temi trattati: la vita, la morte, il dolore, la coscienza interiore,in Harlow c'è una bolla di allegria, una vitalità che coinvolge fin dalle prime parole, che hanno il potere di trasformare gli oggetti più spenti in qualcosa di affascinante, da guardare con occhi diversi.

Da ultimo, nel 2014 Michael Harlow stato insignito del prestigioso Premio Lauris Edmond Memorial Award for Distinguished Contribution per la poesia della Nuova Zelanda . Nel 2015 ha ottenuto la borsa di studio Beatson per gli scrittori e il Premio Kathleen Grattan per la Poesia. Imminente la pubblicazione del suo prossimo libro di poesie Nothing For It But To Sing (Otago University Press,2016).

 

 

 

 

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