“Non puntate sull’effetto moda: vi perdereste tra i mille poetanti”

02/02/2016

 

Il percorso artistico di Umberto Fiori è particolare e significativo. Chi ha vissuto la stagione più intensa e schierata degli anni ’70 ricorderà i mitici Stormy Six, gruppo storico del rock italiano, tuttora esistente, e i suoi successi, che hanno contraddistinto un’epoca: Stalingrado, Un biglietto del tram

Umberto Fiori ne ha fatto e ne fa parte, come cantante e autore. Un’esperienza che è fondamentale anche per la sua poetica. In seguito ha collaborato con il compositore Luca Francesconi (per il quale ha scritto, tra l’altro, due libretti d’opera) e nel 2009 ha realizzato Sotto gli occhi di tutti, un cd di canzoni tratte dalle sue poesie; del 2013 è il cd-dvd Benvenuti nel ghetto, con gli Stormy Six e Moni Ovadia. Autore anche di saggi e di un romanzo, Umberto Fiori è un artista poliedrico che dedica una particolare attenzione al rapporto tra musica, immagini e testo. Questo filone si raccorda con una poesia fatta di parole, a partire dal suo primo libro, Case, uscito nel 1986, fino a Voi, del 2009, mentre nel 2014 ha pubblicato un Oscar Mondadori che raccoglie tutte le sue poesie dal 1986 al 2014, con un inedito. 
 

 

Siamo su un sito Internet, la prima domanda d’obbligo è: la poesia sui social network, qualità o spazzatura?

 

Su Internet, poesia vera e fuffa dilettantesca sembrano stare sullo stesso piano. La qualità è difficile da riconoscere: ci vuole attenzione e spirito critico, orecchio e cuore (questo, in verità, è un problema che riguarda oggi tutta l’arte e la cultura). La potenziale parità tra poesia autentica e  poetanteria mediatica mi sembra una bella sfida. Oggi, chi scrive lo fa senza patenti culturali preconfezionate, senza garanzie, senza pregiudizi. Se le cose che uno ha da dire riguardano davvero tutti e ciascuno, se ci sono davvero, se sono vive, resteranno. Chi conta sull’effetto, sulla moda, sul gusto del momento, si perderà tra mille poetanti come lui (o lei). Del resto, è sempre stato così. Anche Leopardi, o Kafka, si sono dovuti confrontare con la mediocrità dominante. E non hanno vinto, né perso: hanno donato. Che il loro dono sia arrivato fino a noi testimonia che, per quanto l’attualità sia potente, alla lunga la poesia prevale. La melma può affascinare, ma alla fine noi tutti abbiamo bisogno di acqua.

 

Qual è la situazione della poesia nel suo Paese?

 

In Italia è sempre più marginale. Le grandi case editrici hanno molto ridimensionato e in qualche caso addirittura eliminato le loro collane di poesia. I piccoli e medi editori che ancora ne pubblicano non dispongono di un’adeguata distribuzione. La poesia ha una circolazione molto ristretta, e un prestigio ridotto al minimo. Ma resiste. 

 

Pensa che la poesia sia uno strumento per avvicinare culture e religioni diverse?

 

E’ ragionevole pensarlo. Sul termine strumento, però, ho qualche perplessità. La vera poesia non è mai al servizio di una politica culturale, non nasce da un programma umanitario. Se poi i suoi effetti sono positivi, tanto meglio. Ma Sandro Penna scriveva: “Io non posso cantarvi Opere Pie”.

 

Il linguaggio oggi si è impoverito: la poesia può ridare valore alla parola?

 

Che la parola valga è una premessa fondativa della poesia. La poesia è questo: esperienza di quell’oscuro valere, degli abissi della parola, dei suoi limiti, della sua ricchezza, dell’angoscia e della gioia che la muove. Quanto il suo esempio possa incidere sulla qualità del linguaggio quotidiano, è tutto da vedere.

 

La poesia nel  mondo dei giovani. Quale futuro?

 

La mia personale esperienza –letture pubbliche, incontri nelle scuole e nelle università- mi spinge all’ottimismo. I giovani sono più interessati alla poesia di quanto si pensi. Nelle ultime generazioni, la richiesta di senso è sempre più forte, e la poesia ne è ancora la principale portatrice.

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