• La casa della poesia

La poesia è benessere



«Scrivere fa bene» può essere un’affermazione consolante e utile nell’attuale momento di difficoltà personale e sociale in cui ci troviamo. «Ma a chi fa bene?», possiamo chiederci. Naturalmente, vogliamo intendere allo scrittore! Che lo scrivere determini un bene per il lettore è un concetto scontato, perché tutti sappiamo che leggere fa bene per una pluralità di ragioni. Maggiore attenzione merita l’affermazione che scrivere faccia bene a chi lo fa, che, in senso più neutro, potremmo definire “scrivente”, prima che “scrittore”, vocabolo che nel divenire storico si è caricato di un alone significante che dall’ambito pratico sconfina nella sfera artistica fino ad occuparla pienamente.

Sul fatto che “scrivere” faccia bene ci si può soffermare con qualche osservazione.

Attualmente molte cure psicoterapeutiche caldeggiano l’uso della scrittura come terapia psichica, sostenendo che possano aggiungersi anche benefici fisici. Il consiglio che danno molti psicoterapeuti è quello di scrivere di getto, senza troppo pensare, senza programmare. Il suggerimento è di scrivere di noi, di quello che facciamo, vediamo, sentiamo e pensiamo, lasciando che la penna (o il tasto) vada da sé, senza preoccuparsi di regole di alcun tipo. Si crea così, soprattutto in poesia, un’attività liberatoria che trasferisce dalla teorizzazione letteraria alla pratica psicoterapica molto della scrittura automatica e della libertà linguistica dell’Espressionismo e di altre avanguardie della prima metà del secolo scorso.

Per comprendere i benefici che possono derivare dallo scrivere poesia, bisogna partire dal principio che si tratta di un atto creativo, un’attività che richiede concentrazione e centratura, nonché l’impegnarsi a fare delle scelte per trovare la parola giusta per esprimere pensieri e sentimenti: per queste ragioni si può definire un atto di consapevolezza. Scrivere vuol dire dare forma alle emozioni e poterle osservare dall’esterno, il che significa anche non inibire le nostre emozioni. Per scrivere è necessario uscire dal coinvolgimento emotivo provato durante l’evento per poterlo “formalizzare”; mentre si scrive si prendono le distanze e si osserva, quindi potremmo dire che scrivere è agire e reagire al tempo stesso. Se scrivere è un atto creativo, vuol dire che è anche evolutivo. Scrivere i pensieri serve, anche inconsapevolmente, a ri-organizzarli, a diventare responsabili di essi e a ricercare soluzioni alternative, in quanto scrivendo abbiamo la possibilità di ristrutturare le nostre sofferenze, i nostri dubbi e inserirli in un nuovo contesto, il che ci permette di osservarli da una posizione privilegiata.

Scrivere calma la mente, mette ordine ai pensieri, aiuta a dare uno sbocco ai fatti della nostra vita e a prenderne la giusta distanza. Ma lo scrivere è anche tempo che dedichiamo a noi stessi, per questo ci giova in quanto determina un senso di gratificazione, perché si crea un circolo chiuso polarizzato su noi stessi.

Scrivere, oltre a stimolare l’immaginazione, ad aiutare a sviluppare la creatività, permette anche di coltivare una genuina empatia nei confronti degli altri, in quanto aiuta la comunicazione interpersonale perché nello scrivere si determina l’imposizione di esercitare tutti quei registri di comunicazione complessa che gli attuali modelli comunicativi, sempre più improntati ad un “mordi e fuggi” ci hanno sottratto.

Che scrivere poesia faccia bene ce lo attestano molti importanti scrittori. Giacomo Leopardi dice: «Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo che io abbia passato in vita mia e nel quale mi contenterei di durare finché vivo. Passar le giornate senza accorgermene e parermi le ore cortissime e meravigliarmi sovente io medesimo di tanta felicità e passione». Anche Cesare Pavese concorda con lui: «Quando scrivo qualcosa e do dentro, sono sereno, equilibrato, felice».

Tutto questo perché, scrivendo ci si esprime e si comunica: “esprimersi” vuol dire uscire da sé e stabilire un rapporto privilegiato con un altro, che può essere reale, fittizio, singolo o collettivo. È il destinatario inventato di tante opere della classicità fin dalle origini, ma è anche la Luna o le Vaghe stelle dell’Orsa o il pastore errante di Leopardi o l’umanità intera di Dante, sintetizzata nel “lettore” a cui varie volte si rivolge. In questo modo lo scrittore rompe la sua solitudine e percepisce una condizione di benessere dovuta alla realizzazione di un più ampio cerchio che le sue parole chiudono.

In quest’ambito rientra anche lo scrivere a chi è uscito dal nostro ambito affettivo o per un defunto, appunto in poesia, forma che da sempre viene percepita come modalità espressiva dotata di un linguaggio particolare capace di sfondare il muro della realtà e raggiungere l’oltre. La poesia appare come una “lingua speciale” con cui si possa parlare con chi non c’è, o perché ha rotto un rapporto con noi o, purtroppo, è uscito dalla vita stessa. Per questo la poesia di rimpianto o sui defunti, di solito si scrive in dialogo, per ricordare, ma anche per dimenticare, per rendere inoffensivo il dolore, quasi mettendolo al di fuori di sé stessi. Già Shakespeare scrive nel Macbeth «Date parole al vostro dolore, se volete che il vostro cuore non si spezzi».

Chi scrive sente che quello che dice è necessario che lo dica, o per sé o per gli altri, anche se non sa bene perché. È un quid, un qualcosa che uno trova dentro di sé, che vuole, deve essere detto. Lo psicanalista sostiene che chi scrive dice la sua necessità, la sua urgenza, la sua ferita. Questo ci porterebbe a dire, per esempio, che Omero (forse in quanto cieco) avrebbe avuto la “ferita” di non essere un eroe in campo di battaglia e avrebbe scritto l’Iliade mosso dalla necessità di creare degli eroi in cui proiettarsi. Quindi scrivere vuol dire far diventare chiaro quanto è oscuro nel nostro animo e lavorarlo con le parole tramite le quali gli diamo corpo. Infatti Emil Cioran dice: «Non si scrive perché si ha qualcosa da dire, ma perché si ha voglia di dire qualcosa».

Quello che si ha voglia di dire può anche essere dettato da un forte convincimento morale, religioso o ideologico. Esempio rilevante è la Commedia di Dante, che nasce dalla precisa convinzione dell’autore di offrire a tutti gli uomini la via della salvezza eterna. Da un convincimento simile dipende tutta la letteratura nata da una fede o da un’ideologia, determinata, cioè, dalla convinzione di dare agli uomini la felicità nel tempo della storia. Lo scrittore che scrive sulla spinta di dare la felicità agli altri riverbera su di sé una condizione di felicità, sostenuta soprattutto dal senso della sua potenza.

Ma possiamo ancora chiederci: -Se esiste un parlare, perché scrivere?- Per rispondere, possiamo osservare che l’espressione immediata, quella che sgorga dalla nostra spontaneità, è qualcosa di cui non ci assumiamo interamente la responsabilità, perché non emana dalla totalità integrale della nostra persona; è una reazione sempre dettata dall’urgenza e dalla sollecitazione. Parliamo perché qualcosa ci sollecita e ci sollecita dall’esterno, da una trappola in cui ci cacciano le circostanze e da cui la parola ci libera. Grazie alla parola ci rendiamo liberi, liberi dal momento, dalla circostanza incombente sull’immediato. «La parola non ci pone al riparo, né pertanto ci crea, anzi, il suo uso eccessivo produce sempre una disgregazione; per mezzo della parola vinciamo il momento e subito dopo siamo vinti da esso, dalla successione di momenti che superano il nostro assalto senza lasciarci rispondere» (Maria Zambrano). È una continua vittoria, che alla fine si trasforma in sconfitta. E da questa sconfitta intima, umana, non di un sin­golo uomo ma dell’essere umano, nasce l’esigenza di scrivere. Si scrive per rifarsi della sconfitta subita ogni­ qualvolta abbiamo parlato a lungo. La vittoria, del resto, può darsi solo dove si è subita la sconfitta, nelle stesse parole. Queste stesse parole avranno ora, nello scrivere, una diversa funzione: non serviranno più a giustificarci di fronte all’assalto del momentaneo, bensì, partendo dal centro del nostro essere raccolto in sé stesso, ci difenderanno di fronte alla totalità dei mo­menti, di fronte alla totalità delle circostanze, di fronte alla vita intera. E di qui nascerà quello che potremmo definire “il benessere dello scrivere”.


Rosa Elisa Giangoia

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