• La casa della poesia

Il punto di vista di Emilio Coco


In difesa dei giovani che si avvicinano alla poesia, con alcuni minimi consigli che possono valere anche per noi poeti adulti.


Si sente spesso dire in giro che i giovani nutrono un palese disinteresse nei confronti della poesia e della scrittura più in generale. Si afferma, ingiustamente, che essi sono sempre più spesso annoiati e che i loro unici interessi sono i videogiochi, la televisione, lo smartphone, i networks ed altre simili diavolerie.

Sì, i giovani amano la poesia, ma spesso hanno un’idea confusa di cos’è veramente la poesia. Di chi è la colpa? La colpa è essenzialmente nostra. Siamo noi educatori che non facciamo abbastanza per introdurli e guidarli alla pratica di questa affascinante materia. Essi pensano che basta l’ispirazione per scrivere un buon testo poetico. Ma l’ispirazione non è sufficiente. L’assistenza gratuita delle muse non è altro che una metafora che nasconde il duro apprendistato del poeta per acquisire e dominare le tecniche del mestiere. Piaccia o no, la poesia non è solo un esercizio concettuale, né tantomeno un gioco abile e simpatico. La poesia è anche e soprattutto musica, schema metrico, sillabe e accento. Il poeta lavora sulla parola. La poesia non s’improvvisa. A questa mia affermazione, qualcuno ha risposto: Coco trasforma la magia in lavoro. Sì, è vero, poesia è magia, ma solo i poeti posseggono gli strumenti adeguati a trasformare la poesia in magia. Il poeta lavora sulla parola, la corteggia, la blandisce, la seduce e se riesce a farla innamorare solo allora nasce la vera poesia. Poesia è allora parola che s’innamora. La seduzione è un’arte. La storia letteraria di ogni tempo ci narra di seduttori oltre che di seduttrici irresistibili: da Cleopatra a Casanova, da Don Giovanni a Rodolfo Valentino a Gabriele D’ Annun­zio. La seduzione è un’arma sottile, che come tutte le armi penetranti, bisogna saper dosare, scegliere, usare con sapienza. La stessa cosa vale per la poesia. Essa ha bisogno di tempo, di silenzi, di pause lunghe. Non bisogna farsi prendere dalla fregola di scrivere a ogni costo, di pubblicare a ritmo serrato per paura di essere dimenticati. Leopardi, come ben sapete, ha scritto un solo libro di poesie, I Canti. In tutto 41 poesie, se non vado errato, ed è passato alla storia come uno dei più grandi poeti non solo dell’Ottocento italiano ed europeo, ma del mondo intero.

Nei vari festival di poesia che si svolgono in America latina, c’è immancabilmente l’incontro del poeta con gli studenti che possono essere delle scuole superiori ma anche delle elementari. I ragazzi vengono educati fin da piccoli all’amore per la poesia. Ascoltano i poeti in religioso silenzio, sono curiosi di apprendere, fanno domande. Una domanda che quasi sempre mi viene posta è questa: che cosa bisogna fare per diventare un buon poeta? La mia risposta è sempre la stessa: Leggere, leggere, leggere. Leggere soprattutto i classici, perché essi ci insegnano con l’autorità della loro scrittura e del loro pensiero. Essi possono risultare faticosi se affidati a un’interpretazione fondata su una griglia di esercizi di comprensione, di analisi, di produzione, che li depaupera progressivamente del loro fascino. Ma se ci si svincola da questa impostazione e si riesce a trasmettere la ricchezza che essi racchiudono allora le cose cambiano in modo radicale. I ragazzi si appropriano di questo entusiasmo e ci seguono con interesse. E s’innamorano della parola poetica.

Questo volevo dirvi, miei giovani poeti in erba. Continuate a scrivere poesie, ma con la consapevolezza che per questo lavoro, perché di lavoro si tratta, sono necessarie resistenza e costanza alla fatica.

Emilio Coco



Photo by Gus Moretta on Unsplash



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