Il non richiesto, la poesia


Inizialmente, la poesia per me è stata uno strumento di sopravvivenza. Lo è ancora, a dire il vero: sto cercando di chiudere i conti con la singolarità della mia esperienza per aprirmi definitivamente a realtà più ampie, pluralità non necessariamente reali a cui e di cui dover riferire. So benissimo che nessuno si aspetta niente dalla poesia: attribuirle un ruolo non è diverso da compiere una proclamazione privata. Proprio per questo, però, affinché non scada nel chiacchiericcio, è necessario immaginare per essa una responsabilità, un compito nei confronti di tutti.

Partiamo da un impegno sul fronte interno: far sì che l'opera di poesia generi un campo di forze, meglio se contrastanti, che però rispondono a un principio di appatenenza, un riflesso di mondo. E siamo già al fronte esterno, perché il mondo non è solo una metafora dell'opera: del mondo bisogna parlare. Ma quale mondo? Sicuramente quello contemporaneo all'autore, con le sue parole non integrate, i suoi processi - politici, sociali, economici - non totalmente comprensibili, per cui si deve ancora trovare una lingua. C'è un altro mondo però di cui rendere conto, un mondo che produce identità più generali, come quelle dei popoli e dell'umanità stessa, una realtà che cambia più lentamente della superficie storica, facendo sì, per esempio, che ci ripugni l'idea di uccidere un nostro simile senza una ragione profonda (la sopravvivenza, la costruzione del bene sociale). Antropologia, storia, biologia, destino: questi concetti riflettono lo stesso tentativo, proveniente da istanze diverse, di comprendere la continuità nella discontinuità tipica dell'esperienza umana. La poesia non ha gli strumenti per indagare questo conflitto, ma può farlo emergere, utilizzandolo come generatore di desiderio, chiave di accesso per un'uscita dalla letteratura, presupposto per un'azione volontaria verso il reale.

Tornando sul fronte interno: sono convinto che i mondi delineati nell'opera-mondo debbano essere articolati da una lingua necessaria. Ciò di cui parlo è molto più concreto di quanto possa sembrare: si tratta di ascoltare la lingua nel momento in cui si manifesta nello spazio, per arrivare a capire quale sia la forma esatta del discorso. Forma non come decorazione, ma come dimensione di percezione sottile che impone delle scelte. Forma come preoccupazione: cosa in quello che scrivo è accessorio? Come faccio a integrare le singolarità nel testo e fra i testi in un sistema organico? Questa complicazione è necessaria? Cosa sto cercando di generare in chi ascolta, di cosa ho bisogno per farlo?

In breve, si tratta di resistere a ciò che nella lingua è automatismo e bagaglio, cercando la configurazione perfetta, che poi è l'unica possibile, quella che emana dal rapporto fra i contenuti e i fini.

Per concludere, la responsabilità può essere concepita anche in relazione al tipo di comunicazione che si vuole instaurare con i lettori. In tal senso, è questo ciò che credo più urgente: far fare esperienza del male a chi legge e mostrargli come lo si possa trascendere (che poi è come dire: credere fino in fondo a un uomo come soggetto e non come cosa). Al momento non sono all'altezza del compito. Se riuscirò in qualcosa di simile nella mia vita, un giorno potrò parlarne.


Dimitri Milleri

Finalista Poesia Edita Premio Europa in versi 2020

Photo Pawel Czerwinski, Unsplash

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